Appendice A:

La montatura mediatica dell’“australian-gate”

Se non avete mai sentito parlare del ‘caso degli abusi fra i testimoni di Geova in Australia’ bando ai complessi, siete in buona compagnia: 60 milioni di italiani. Se ne è discusso a partire dal 2015 soprattutto nei siti di news, e, ovviamente, se ne è straparlato nei forum dei fuoriusciti.

In estrema sintesi, si tratta di ‘mille casi di pedofilia fra i testimoni di Geova’ che sarebbero avvenuti nel giro di sessantacinque anni (1950-2015). La sede australiana dei testimoni di Geova ha messo a disposizione la documentazione esistente su tale migliaio di casi [1], e questo è stato il punto di partenza per una “Royal Commission” che ha preso in esami i fatti così documentati [2]. I lavori della Commissione (istituita nel 2014 e composta da tre magistrati, un politico, uno psichiatra ed un ex commissario di polizia), che avevano ricevuto in input centinaia di migliaia di segnalazioni provenienti sia da varie istituzioni (quali la divisione australiana di Save the Children) che da privati cittadini, sono iniziati nel 2015 e si sono conclusi due anni più tardi. Nelle more si sono tenute audizioni sia pubbliche che private con i responsabili dei vari enti oggetto di indagine; per i testimoni di Geova ha deposto fra gli altri – in un intervento ammirevole per compostezza, dignità e spirito di collaborazione – Geoffrey Jackson, membro del Corpo Direttivo, che è di nazionalità australiana. Vi sono state dichiarazioni da parte di fuoriusciti e detrattori, a lavori in corso, secondo le quali i responsabili australiani dei testimoni di Geova avrebbero nascosto o distrutto prove degli abusi commessi, e inoltre che nessuno di questi casi sarebbe stato mai denunciato alla polizia [3].

Fumo negli occhi. Anzitutto è necessario ribadire che è stata proprio la sede australiana dei testimoni di Geova a parlare per prima di ‘mille casi’ e a fornirne i relativi documenti, collaborando da subito in qualità di parte attiva del procedimento; ergo, le chiose di puntuale infantilismo quali ‘ecatombe di abusi venuti a galla’, ‘scoperto il lato oscuro della WT’, ‘scoperchiamento del vaso di Pandora’ e quant’altro, e i puntuali gridolini di finto scandalo che le accompagnavano, risultano – specie col senno di poi – del tutto fuorvianti.

Qualcuno potrebbe subito domandare a proposito delle omesse denunce alle forze dell’ordine se in Australia, contrariamente a quanto sappiamo degli USA, dell’Italia e di altre democrazie occidentali, sussiste il famoso obbligo di denuncia da parte degli anziani (cosa che indirizzerebbe senz’altro il procedimento in una direzione obbligata). La risposta dipende dallo stato di pertinenza – l’Australia è infatti una confederazione di sei stati – ma nell’economia del discorso costituisce quasi un dettaglio irrilevante. Una tipica metodologia della cultura del sospetto è quella di ‘strillare’ notizie di indagini in corso (o appena iniziate) a carico di qualcuno, accusato di un crimine piuttosto che di un altro, ben sapendo che il pubblico percepisce mediamente le accuse come dati di fatto: sentire dire ‘il politico X è indagato per corruzione’ fa lo stesso effetto di sentir dire ‘il politico X è stato condannato per corruzione’, anche se la differenza è sostanziale.

Lo stesso è avvenuto qui: a lavori appena iniziati gli ex-testimoni di Geova dissidenti già ne parlavano come se si trattasse di un processo già concluso in tutti i suoi gradi e con una sentenza di condanna. Purtroppo per loro quello che si è tenuto in Australia non è neppure un processo giudiziario. Lo scopo della commissione australiana era non di processare chicchessia, ma di individuare le necessarie contromisure per fronteggiare il problema abusi, ovvero per prevenirli o intervenire una volta che fossero emersi. Al termine dei lavori, la Commissione ha elaborato delle raccomandazioni per il governo, che questi avrebbe poi dovuto tradurre, compatibilmente con la Costituzione australiana e le leggi già in essere, in provvedimenti legislativi e normativi.

Si è poi assistito ad un altro ‘gioco delle tre carte’ operato da fuoriusciti & altri detrattori, consistente nel lasciar credere che la Commissione Australiana fosse un provvedimento ad personam contro i testimoni di Geova, e nel nascondere invece che il suo raggio d’azione coprisse almeno una quarantina di enti ed organizzazioni, religiose e non [4]. In particolare, la Commissione ha preso in esame una decina abbondante fra diocesi cattoliche, scuole e associazioni minori d’ispirazione cattolica (tra cui i Salesiani ed i Missionari del Sacro Cuore), diocesi e scuole protestanti, scuole ebraiche, alcune sedi dell’Esercito della Salvezza, l’Associazione Cristiana dei Giovani, i Pentecostali, enti laici (quali gli Scouts ed una comunità dedita alle pratiche Yoga), le Forze Armate Australiane, accademie musicali e di ballo, varie associazioni mediche e sportive e addirittura, triste ironia del caso, alcune associazioni intitolate proprio alla protezione dei bambini. Una base di dati di dimensioni enormi, dei quali i testimoni di Geova non erano che un singolo elemento, e come vedremo, uno dei meno significanti dell’insieme di partenza rispetto alla rilevanza del fenomeno abusi.

Analisi statistica dell’ “australian-gate”. Dato che nel seguito faremo abbondantemente ricorso alla statistica, è necessaria una premessa. Come è stato osservato, ‘statistica e morale non sono gemelle siamesi’. La solidarietà non fa calcoli, non si misura in vite danneggiate o distrutte: anche se ci fosse un solo caso di abusi su minori perpetrato da testimoni di Geova, anziché mille, da un punto di vista etico non farebbe differenza alcuna. Ma dal punto di vista dello studio dei fenomeni la differenza sussiste eccome, ed è necessario rimarcarla. I numeri esistono proprio per dare un’idea delle grandezze in gioco, e, per lo stesso motivo per cui non mettiamo sullo stesso piano di gravità un omicidio involontario con un attentato terroristico che causa centinaia di vittime, così non si possono onestamente ignorare le corrette dimensioni di una realtà che solo un’attenta disamina dei dati disponibili, di cifre, percentuali e proporzioni, è in grado di descrivere.

E dunque: quanto è ‘grave’ il problema che sembra essere venuto fuori fra i testimoni di Geova australiani? Si può ingenuamente credere che i mille (e passa) abusi rappresentino una enormità, senza considerare che proprio questi numeri ritraggono al contrario un fenomeno statisticamente insignificante. Anche prendendo per buoni questi numeri senza passarli al setaccio, si tratterebbe difatti di una media di 15 casi di abusatori di minori all’anno. Una ratio irrilevante, atteso che dal 1950 ad oggi si sono avvicendati nel ‘continente dei canguri’, considerando il tasso di crescita e quelli di mortalità e di abbandono, centinaia di migliaia di testimoni di Geova.

Ma c’è di più: parlare di ‘1006 casi di molestatori testimoni di Geova’ è gravemente errato. Fra gli atti della Commissione è stata messa a disposizione e diffusa via Internet una tabella nei quali ciascun evento era classificato secondo diverse variabili, tra le quali:

– sesso dell’abusatore e della/e vittima/e, ed età della/e vittima/e
– numero delle vittime di ciascun abusatore
– ruolo dell’abusatore nell’Organizzazione
– rimozione dagli incarichi di responsabilità, e se, e quante volte, l’accusato fosse stato eventualmente nominato di nuovo
– discrimine rispetto al contesto familiare (ovvero se si trattasse di abusi perpetrati da un familiare della vittima o meno)
– anno dell’abuso, e anno in cui si è scoperto
– ammissione o meno dell’accusato
– la ‘regola dei due testimoni’ ha impedito la formazione di un comitato giudiziario?
– è stato formato un comitato giudiziario?
– se (e quante volte) l’accusato è stato: 1) ripreso; 2) disassociato; 3) riassociato
– se l’accusato ha ricevuto una effettiva condanna per abusi

Parrà strano che, con una tale “manna dal cielo”, cioè questa sorta di meticolosa classificazione della turpitudine, i fuoriusciti non si siano sbizzarriti con i numeri tirando fuori le conclusioni più barocche. Il motivo è presto detto: proprio ragionando sui contenuti di questa tabella, anche chi non è particolarmente avvezzo a fare calcoli scoprirebbe una verità molto meno grave di quella che si lascia immaginare riempendosi la bocca con i ‘1006 casi di abusi sessuali su minori in Australia’.

I 1006 casi erano accomunati dalla circostanza per cui nessun testimone di Geova aveva richiesto l’intervento delle autorità, o almeno così sostengono i fuoriusciti. Apprendiamo però dalla discriminante Abuse type, “Familial” o “Non-Familial”, che quasi la metà degli abusi (464 su 1006) si erano verificati in ambito familiare. Come spiegato in precedenza, ciò costituisce un disincentivo, forte quanto naturale, all’eventualità di una denuncia. Altra variabile cui la definizione di ‘1006 casi di abusi non denunciati’ non rende giustizia è quella dell’età della vittima: non si fa distinzione infatti fra ‘bambini’ e ‘minorenni’, omettendo di sottolineare, come ci dice la tabella, che almeno 45 abusi siano avvenuti su vittime nella fascia 15-18 anni. È questo non un tentativo di sminuire il problema, ma una precisazione banalmente indotta dalla natura delle cose. Molestare una diciassettenne è certamente cosa grave ed è un reato, ma non è lo stesso che molestare una bambina di otto o nove anni: la ripugnanza ha i suoi diversi gradi di espressione. La repulsione per un genere di “attenzioni” non richieste né desiderate rimane fuori di discussione; non altrettanto si può dire di quella legata all’età anagrafica di chi ne è oggetto. Questo è purtroppo confermato dalle tendenze dei giovani in fatto di esperienze sessuali. È noto come il sesso venga scoperto ad una età sempre più precoce e di solito ben prima di diventare maggiorenni. Secondo una recente stima, in Australia le ragazze hanno mediamente il primo rapporto consenziente addirittura prima di aver compiuto i 16 anni [5]. In subordine merita attenzione anche il fatto che la tabella suddivida le vittime per fascia di età, ma nulla dice sull’età dei molestatori (o supposti tali): altra questione niente affatto secondaria, che probabilmente ha fatto finire nel calderone “qualche dozzina” di evenienze in cui le molestie sarebbero state operate anch’esse da parte di minorenni. È risaputo per esempio come alcuni giovani si concedano reciprocamente le prime esperienze erotiche già alle scuole medie, e quindi il caso prospettato è malauguratamente tutt’altro che raro.

La tabella indica anche l’anno in cui il primo abuso fu commesso. Escludendo i 379 casi in cui questo dato non è disponibile, nei rimangono 627. Risulta che in 150 di questi gli episodi si verificarono entro il 1980, e di questi 150, 64 entro il 1970. Diversi abusi furono commessi negli anni ’50, e uno addirittura (evidentemente chiamato fuori dall’intervallo di 65 anni per la sua unicità) nel 1938. Ne viene fuori un’altra riflessione del tutto naturale: si possono mettere insieme fatti avvenuti cinquanta o sessant’anni con episodi recenti? Il codice etico non è invariato, tutt’altro: oggi giudichiamo, giustamente, gli abusi su minori un’aberrazione assoluta; negli anni ’50 o ‘60 questo dramma suscitava la medesima esecrazione? Il grado di consapevolezza era verosimilmente diverso: anziani, abusatori, le stesse vittime e le rispettive famiglie percepivano l’abuso in modo differente da oggi. Questa osservazione non è limitata ai testimoni di Geova, ma riguarda la società in generale: come osservato in precedenza, la giusta ripugnanza per gli abusi sui minori anche nei paesi evoluti è un fenomeno relativamente recente, così come lo sono implicazioni penali e denunce. Ecco al riguardo il parere di una esperta, riferito peraltro ad epoche posteriori agli anni 1960:

“Non credo che 18 o 20 anni fa sapessimo molto sull’esistenza dei pedofili o su cosa fossero esattamente. Non era considerato un reato criminale. Nemmeno la società in generale metteva in guardia alcuno contro un tale comportamento, al fine di prendere le dovute precauzioni contro un crimine vile. Abbiamo commesso l’errore di non dargli peso […] 18 o 20 anni fa le persone non avevano la minima idea che tali comportamenti potessero nuocere emotivamente ai bambini. I genitori non conoscevano la serietà del problema e gli effetti che avrebbe provocato nel lungo periodo. […] I risultati che emergevano da questi studi non venivano resi noti al pubblico. Apparivano solo alcuni articoli su pochi giornali. Ma si era molto lontani dall’essere avvertiti o istruiti in proposito. […] A scuola non è stata promossa alcuna campagna di istruzione” – Dr. Gail Bethea-Jackson, specializzata in psicologia dei bambini e adolescenziale, stress e depressione post-traumatica [6].

A ulteriore chiarimento, si consideri che il set degli oltre 1000 ‘abusi’ non fa distinzioni di merito fra abuso e abuso. Non dimentichiamo che molto spesso, verosimilmente nella maggioranza dei casi, non si parla di stupri o comunque di atti sessuali veri e propri o completi, ma di molestie. Una molestia sessuale non contempla necessariamente un contatto fisico più meno violento: può anche consistere in proposte oscene. o nel mostrare ad un bambino del materiale pornografico. E dunque, da capo, è del tutto plausibile che una ‘molestia’ del genere, in tempi nei quali non si aveva una sufficiente consapevolezza di questo odioso crimine, destasse meno raccapriccio di quanto non avvenga oggi.

Il fattore tempo cela inoltre un’altra insidia non accessoria, ovviamente bypassata alla grande nelle perlocuzioni dei detrattori, e che rischia invece di ridimensionare alquanto la questione. Gli abusi in parola possono essere avvenuti sia prima che dopo il battesimo. Non si dimentichi infatti che la WT prescrive di tenere memoria nei rapporti scritti (come quelli consegnati alla Commissione Australiana) anche di abusi addebitati al fedele precedentemente alla conversione, ad esempio nella loro qualità di pregiudizio al conferimento di incarichi di responsabilità. Ebbene, secondo la memoria difensiva della Betel Australiana, “in almeno 200 circostanze i casi di molestie riguarderebbero fatti commessi da persone prima del loro battesimo”. [7] Alcune di esse riguardavano persino individui detenuti in prigione per scontare condanne per molestie, e che avevano conosciuto i testimoni di Geova durante il periodo di detenzione, per convertirsi solo in seguito. Il tasso di disassociazione di individui riconosciuti colpevoli di abusi in Australia è comunque molto elevato: dei 563 casi in cui si è ritenuto ci fossero le basi per un comitato giudiziario, ben 394 [8] (il 70%) si erano conclusi con un provvedimento espulsivo.

Le conclusioni più sorprendenti risultano però dal dato ‘ruolo dell’abusatore nell’Organizzazione’: se cioè l’accusato avesse, nel momento in cui si verificò l’abuso, degli incarichi di responsabilità, e di che genere. Parametro anch’esso tutt’altro che irrilevante, che disegna un ventaglio di possibilità fra le quali è necessario discriminare. Questa è la suddivisione che emerge dai dati disponibili:

Come si vede, abbiamo suddiviso le righe in due tipologie, la ‘verde’ che comprende i testimoni di Geova con incarichi di responsabilità, e quella bianca che comprende tutti gli altri. La prima classe di abusatori include servitori di ministero, anziani, sorveglianti viaggianti e pionieri [9]. Anche all’interno della tipologia ‘bianca’ occorre una distinzione rigorosa, in quanto in 89 casi il responsabile non era neppure un testimone di Geova (questa categoria può includere ad esempio interessati che frequentavano le adunanze all’epoca dei fatti, o familiari non credenti di testimoni di Geova), e in 24 il “ruolo” dell’abusatore non è noto [10].

Il totale degli abusatori che erano sicuramente testimoni di Geova nel periodo di osservazione diminuisce da 1006 a 893 (=1006-113), portando la media a meno di 14 casi l’anno. Di questi restanti 893 individui fanno parte dunque i soli testimoni di Geova, con o senza incarichi di responsabilità:

Si sarà capito dove vogliamo ‘andare a parare’: sono di interesse tutti i casi di fedeli australiani coinvolti in abusi su minori, in quest’arco di 65 anni, oppure solo quelli di tdG che rivestivano incarichi di responsabilità al momento in cui gli abusi furono perpetrati? Un buon indizio è costituito dal criterio seguito dai media (tanto cari ai fuoriusciti) nel divulgare i fatti di questo genere, per i quali i singoli fedeli senza mansioni di comando non hanno particolare rilevanza. Quando si legge su un giornale che un uomo è stato incriminato per aver abusato su un minore, non c’è ragione di indicarne la professione di fede; non leggiamo cioè ‘buddista accusato di pedofilia’ oppure ‘mormone trovato in possesso di materiale pedopornografico’, dato che l’eventuale distinguo non ha rilevanza e risulta anzi a rischio di veicolare un messaggio discriminatorio; mentre non suona strano che i titoli dei giornali menzionino espressamente sacerdoti (cattolici, per esempio) accusati o riconosciuti colpevoli di crimini del genere. Di nuovo, la differenza è data dalla circostanza per cui il soggetto ricopre una responsabilità pastorale e dagli oneri che questa si porta dietro, primo di tutti il rapporto di fiducia che si viene necessariamente ad instaurare fra pastore e comune affiliato [11]. In tale ottica solo la categoria ‘verde’ merita di essere messa in risalto, ed essa ci dice che in ben 65 anni di attività, appena 116 testimoni di Geova australiani [12] impiegati a vario titolo come responsabili nelle congregazioni sono stati giudicati rei di abusi sessuali su minori.

Nel seguente grafico ‘a torta’ si può notare come la percentuale dei testimoni di Geova con ruoli di autorità, sul totale degli accusati di abusi su minori, fosse solo il 10% circa del totale. La stragrande maggioranza degli abusi erano stati commessi da fedeli senza ruoli di autorità.

Inutile dire che l’ammontare di 116 TdG australiani con incarichi di responsabilità che si suppongono implicati in abusi è di una pochezza ai limiti dell’inverosimile. Se restringiamo il campo di osservazione agli ultimi 10 anni dei complessivi 65, viene fuori addirittura che appena due anziani (sì, avete letto bene: due) avrebbero molestato dei minori. Come indicato da Rodney Spinks, portavoce della filiale australiana dei testimoni di Geova, in Australia, nello stesso periodo, hanno servito come anziani di congregazione 8.507 individui [13]. Abbiamo dunque un anziano accusato di abusi su oltre 4.000; in proporzione:

percentuale di anziani di congregazione coinvolti in molestie sessuali nel decennio 2005-2015: 0,024%

E cioè “una iota” insignificante. Per fare un confronto fra ruoli pastorali assimilabili si consideri che, come riferito dal periodico cattolico L’Avvenire, la Commissione Australiana ha rilevato che il 7% degli esponenti della Chiesa si sarebbe macchiato di tale reato, e per la precisione oltre il 2% (il 30% di 7) era costituito da sacerdoti [14]. Abbiamo dunque, in fatto di abusi perpetrati da ministri con analogo ruolo di responsabilità, una sproporzione colossale: il numero di sacerdoti accusati di atti di pedofilia è 100 volte superiore a quello degli anziani [15]. Risultati che ci piacerebbe definire ‘brillanti’ se non fosse per l’urticante tema cui fanno riferimento, ma che si devono sia allo scrupolo con il quale i corpi degli anziani e i sorveglianti viaggianti riguardano la questione quando si tratta di attribuire una nuova nomina, sia alla severità delle sanzioni.

In una squallida classifica della perversione fra ecclesiastici, i testimoni di Geova sarebbero certamente agli ultimissimi posti. La commissione trovò che in otto casi di associazioni religiose (tutte di derivazione cattolica) il tasso di molestatori fra i religiosi era superiore al 3%, in quattro dei quali superiore al 20%, e in uno (l’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, i famosi Fatebenefratelli) addirittura al 40% [16].

Altra scoperta da ‘salto sulla sedia’ è come la “famigerata” regola dei due testimoni abbia un’incidenza molto modesta sull’iter giudiziario a carico dei predatori sessuali. La colonna “Did 2-Witness Rule prevent any case from progression to judicial committee?” (= la regola dei due testimoni ha impedito che si procedesse ad un comitato giudiziario?) della tabella totalizza, oltre ad un centinaio di casi in cui la risposta non è disponibile, solo 125 ‘sì’ e 791 ‘no’. Come dire che in poco meno dell’80% dei casi di osservazione, e nell’86% di quelli in cui esiste una risposta alla domanda, la tanto contestata norma non ha precluso la formazione di un comitato giudiziario.

Si dirà che ciò potrebbe dipendere, banalmente, dal fatto che testimoni degli abusi (e quindi i minori abusati) fossero più di uno, o che l’accusato avesse ammesso gli abusi, ma neppure questo è vero: abbiamo infatti, sui 791 casi di cui sopra, ben 423 di abusi su singoli bambini (oltre la metà) e 162 di mancata confessione da parte del trasgressore.

E veniamo ora alle statistiche sulle sanzioni disciplinari, un aspetto fondamentale della questione. Abbiamo già detto che 116 testimoni di Geova fra i presunti abusatori avevano incarichi di responsabilità. Che ne è stato di tali incarichi? Escludendo 7 casi in cui il dato non è disponibile, questo totale si porta a 109. Di questi, 82 si sono conclusi con una rimozione, nella maggioranza dei casi seguita da disassociazione, 3 con una disassociazione diretta, e in altri 9 non si è potuto procedere per la mancanza di due testimoni dei presunti abusi. Abbiamo dunque:

Nell’intervallo di osservazione di 65 anni, appena 15 testimoni di Geova australiani con mansioni di responsabilità avrebbero conservato il proprio ruolo malgrado le accuse di molestie su minori. Anche questa è, statisticamente parlando, una nullità: uno ogni quattro anni. Entrando nel merito dei singoli casi si trovano poi facilmente altri distinguo: solo 7 degli accusati erano anziani (il “massimo grado gerarchico” in una congregazione); inoltre, se si esclude un singolo caso avvenuto nel 2002, i fatti contestati erano molto datati rispetto ai lavori della commissione (mediamente addirittura di trent’anni).

Facciamo notare per finire che, degli 85 tdG responsabili espulsi e/o rimossi dai propri incarichi, appena 6 sono stati successivamente reintegrati nel proprio ruolo di anziano o servitore di ministero.

E dunque, riepilogando:

  • una mescolanza di ‘abusi su minori’ che possono riguardare tanto bambini in età d’asilo, quanto ragazze cui mancano pochi giorni per fare 18 anni;
  • 200 abusi commessi prima della conversione ai testimoni di Geova;
  • un quarto degli eventi verificatisi almeno quarant’anni fa;
  • tre quarti dei comitati giudiziari risolti con una sentenza di disassociazione;
  • solo un centinaio dei colpevoli erano investiti di mansioni di responsabilità;
  • di questi solo 7 erano anziani, e appena 2 nel decennio 2005-2015, il che risulta in una proporzione sacerdoti cattolici – anziani abusatori di 100 a 1;
  • solo in 15 casi non vi sarebbe stata una rimozione;
  • solo 6 degli ex-nominati hanno ricevuto un nuovo incarico dopo la rimozione;
  • in meno del 10% dei casi la regola dei due testimoni ha precluso la gestione giudiziaria del presunto abuso.

E in ultimo, non si dimentichi che stiamo parlando di un periodo di osservazione lunghissimo (65 anni).

Ma il meglio, come nei migliori pranzi, arriva alla fine. Incontriamo l’ultima colonna ‘convicted for CSA’, che quantifica il numero di abusatori che hanno effettivamente ricevuto una condanna penale. Non dimentichiamo che si parla di oltre 1000 casi, e ci aspettiamo ovviamente che tutti o quasi siano stati condannati. E invece usando i filtri di Excel scopriamo che i condannati sono appena 161: 161 condanne su 1000 accuse di abusi, e non è nemmeno specificato se si tratti di condanne appellabili o definitive. Naturalmente i motivi di questa incredibile sproporzione possono essere diverse, e non tutti favorevoli al nostro ragionamento. Si tratta di reati caduti in prescrizione? Di processi ancora in corso? Di fatti di cui si è dimostrata l’insussistenza nelle aule di tribunale? Di fatti che non costituiscono reato? Di reati che non è stato possibile provare neppure in sede penale, e per questo motivo, o per altri, terminati con una formula assolutoria? Di pene non comminabili, ad esempio perché anche l’abusatore era minorenne? Si possono fare le più varie speculazioni, ma anche così, ci sembra che di tutta la baraonda che si è cercato di produrre rimanga davvero troppo poco.

Le conclusioni della Commissione. Il 15/12/2017 la Royal Commission pubblicava le proprie conclusioni, le quali, come detto in premessa, non avevano alcun valore di diffida o di obbligo legale, ma costituivano semplicemente raccomandazioni per le procedure interne delle varie organizzazioni prese in esame. Le conclusioni erano state determinate sulla base dell’analisi del modus operandi istituito dal Corpo Direttivo in materia di abusi sui minori (comitati giudiziari, regola del doppio testimone, sanzioni a carico dei trasgressori etc.), della ‘consulenza’ di un avvocato, qualificato come ‘esperto’ di abusi fra i Testimoni di Geova per averci avuto a che fare in una sola causa, risalente al 2001 [17], e della testimonianza di due vittime in tutto per tutto, indicate nei lavori con le sole iniziali, BCB e BCG. Al tempo dell’insediamento della Commissione BCB era divenuta una inattiva critica, e BCG era una ex-testimone di Geova dissociatasi spontaneamente [18]. Il numero incredibilmente esiguo di queste ultime due testimonianze e la natura specifica dei soggetti coinvolti non può che dare adito a perplessità, ma mai quanto il tempo trascorso dai relativi abusi, che era addirittura di 27 e 33 anni addietro rispetto all’inizio dei lavori della Commissione: un lasso di tempo enorme, nel quale ovviamente (oltre alle inevitabili ripercussioni sulla memoria storica) tante cose erano cambiate, dal punto di vista giuridico, etico e della gestione interna del problema [19].

Ad ogni modo, per i testimoni di Geova le raccomandazioni si riducevano allo striminzito elenco riportato di seguito [20]:

  • No longer shun child victims of sexual abuse.
  • Abandon its application of the two-witness rule in cases involving complaints of sexual abuse.
  • Revise its policies so women are involved in processes related to the investigation and determination of allegations of child sexual abuse.

Tre punti in tutto (contro i 21 riservati alla Chiesa Cattolica), e cioè nell’ordine: non ostracizzare le giovani vittime di abusi; abbandonare l’applicazione della regola dei due testimoni nei casi di abusi; coinvolgere anche le donne nei procedimenti di investigazione e accertamento delle accuse.

Anzitutto rileviamo – e non è un inciso di poco conto – che ‘grande assente’ fra gli esiti della Commissione è la questione delle denunce alle autorità, della quale si era molto parlato durante i lavori [21], ma di cui sembra scomparsa ogni traccia al momento di tirare le somme. Si riaffermava quindi (e ne è l’ennesima prova) che non è mai esistito alcuno scoraggiamento, né tanto meno alcuna censura, della decisione di portare in tribunale un altro testimone di Geova per il reato di molestie. Altresì molte delle lacune che si era ritenuto di riscontrare all’apertura immediata, oppure nel corso, dei lavori della Commissione, erano state depennate dalle conclusioni. Esse includevano ad esempio l’informare pubblicamente la congregazione che è stato commesso un atto di pedofilia durante il relativo annuncio di riprensione o di disassociazione, l’istituire un comitato giudiziario anche nell’ipotesi di un unico testimone di abusi, e l’indicazione di stipulare un’assicurazione volta a coprire le eventuali richieste di risarcimento da parte delle vittime (che voleva essere, dunque, una cautela anche per l’Organizzazione).

Veniamo ora ad un rapido esame delle tre raccomandazioni, iniziando dalla terza: le donne testimoni di Geova sono invero già coinvolte per definizione nelle procedure giudiziarie, se ad esempio vittime o testimoni degli abusi, se raccolgono confidenze relative ad abusi fatti o subiti e dunque viene chiesto loro di collaborare coi comitati giudiziari, o per altre ragioni; con tale raccomandazione tuttavia la Commissione mirava alla possibilità di introdurre delle donne come parte attiva dei comitati, ovvero nel ruolo di giudici. Questo ruolo, essendo connaturato a quello di anziano di congregazione, secondo la Parola di Dio spetta solo agli uomini (1 Corinti 14:34; 1 Timoteo 2:12). Si può pensare ciò che si vuole di tale posizione, ma è arduo sfuggire alla logica della risposta ufficiale dei portavoce della Società:

“Nessuna prova empirica o credibile, che indichi che una decisione presa unicamente da uomini fosse o sia necessariamente problematica, è stata prodotta davanti alla Commissione. Giudici di sesso maschile (molti dei quali potrebbero essere padri) determinano la colpevolezza o l’innocenza degli imputati in tutto il mondo. Nessuna prova empirica che indichi che gli uomini non sarebbero intellettualmente o emotivamente predisposti per determinare la colpevolezza o l’innocenza di qualche individuo accusato di abusi su bambini è stata presentata alla Commissione. Nessuna prova empirica che indichi che le donne sarebbero necessariamente meglio dotate per farlo, sul piano intellettuale o quello emotivo, è stata presentata alla Commissione. In assenza dell’una o dell’altra prova, la scelta del sesso delle persone coinvolte in un processo decisionale è parte della libera professione religiosa, il che significa che una persona ha il diritto di credere e di agire in armonia con le proprie credenze, anche se tali credenze prevedono che degli anziani (uomini) di congregazione determinino la colpevolezza di un peccatore”. [22]

Quanto alla possibile anomalia eccepita dalla Commissione secondo cui una vittima di sesso femminile potrebbe provare un comprensibile disagio nel fare menzione degli abusi subiti ad un gruppo di anziani (uomini), Geoffrey Jackson, membro del corpo direttivo, ha specificato che le confidenze della vittima possono essere raccolte da due donne, che a loro volta le riporteranno agli anziani. [23]

La prima raccomandazione richiede un chiarimento preliminare: quello che i detrattori chiamano ‘ostracismo’ è il rifiuto di intrattenere rapporti sociali non indispensabili con ex-Testimoni che hanno deliberatamente abbandonato la propria fede. Nella propria risposta ufficiale alla Commissione, la filiale australiana chiedeva non per caso: che relazione dovrebbe avere ciò con la prevenzione degli abusi sessuali? In che modo una limitazione all’ “ostracismo” verso gli ex-testimoni di Geova potrebbe ridurre l’incidenza delle molestie sui minori? [24]

In verità la raccomandazione non parla di ostracismo in generale: fa riferimento specifico alle vittime degli abusi. Ma anche ciò appare senza senso. I testimoni di Geova infatti non hanno mai ‘ostracizzato le vittime di abusi sessuali’. Qualcuno che è fatto oggetto di molestie non può essere disassociato, per la banale ragione che si tratta di una vittima e non di un colpevole, e l’idea di aggiungere al danno degli abusi la beffa della sanzione disciplinare ha del grottesco. Rimane l’alternativa della dissociazione volontaria da parte del diretto interessato, ed è questo il senso da attribuire alla ‘raccomandazione’; nel documento Opening Address by Senior Counsel Assisting si legge infatti (art. 35) che “l’Organizzazione ha mancato di affrontare la pratica, particolarmente devastante, di ostracizzare le vittime che si dissociano dall’organizzazione a causa del loro abuso” (corsivo nostro) [25]. E questo ci porta al terzo nonsense di fila. Perché una vittima di abusi dovrebbe scegliere di dissociarsi? Perché non d’accordo con la prassi del gruppo? Perché convinta che continuare a frequentare la congregazione costituirebbe un pericolo per la propria persona? In entrambi i casi essa potrebbe banalmente smettere di sostenere le attività del gruppo, divenendo ‘inattivo’, come ancora riportato durante le audizioni della Royal Commission [26]. Nel secondo dei due casi basterebbe, in alternativa, cambiare congregazione. Non si capisce poi in quale oscuro modo la dissociazione della vittima dovrebbe indurre un eventuale abusatore a desistere dai propri intenti, né a cosa servirebbe, ai fini della prevenzione degli abusi, che al dissociato sia permesso di avere rapporti sociali non necessari con i propri ex-confratelli.

Questa sequela di paradossi si spiega con la politica che la Commissione ha voluto seguire nei propri studi, ed è quella di fare ricorso – fra l’altro – a testimonianze di fuoriusciti dissidenti [27]. Uno scenario che può giustificare una “raccomandazione” del genere, se mai, è il seguente: una vittima di abusi divenuta adulta, in polemica con l’Organizzazione perché il suo presunto molestatore non sarebbe stato sanzionato, decide di dissociarsi (e magari di esporre il proprio caso ai mezzi d’informazione e/o di sporgere denuncia). Si noti come questo richiamo della Commissione alla presunta ‘amoralità’ del provvedimento espulsivo presenti un banale errore logico, consistente nell’invertirne la causa con l’effetto: tende infatti a presentare l “ostracismo” come un accidente, il risultato di una sanzione ingiusta, quando è invece la conseguenza di un gesto deliberato.

Ma è la seconda raccomandazione, nella quale si propone di eliminare la regola dei due testimoni quando si verificano abusi, a rappresentare il definitivo trionfo morale per i testimoni di Geova. Ricordiamo che la regola ha relazione esclusiva con la disassociazione, alla quale fa da ostacolo nei casi che si suppongono non sufficientemente sicuri. Che è come dire che la commissione riconosce il diritto dei tdG a ‘ostracizzare’ i disassociati e anzi consiglia di farlo anche quando il testimone dei fatti criminosi è uno solo.

La WT ha peraltro comunicato la propria non disponibilità ad accogliere questo cambiamento [28]. Ecco cosa ha risposto a proposito della regola dei due testimoni:

“I chiari requisiti espressi nelle Scritture per stabilire il peccato non sono materia che possa essere ‘rivisitata’ o ‘abbandonata’ dai testimoni di Geova […] La libera professione della religione tutelata dall’articolo 116 della Costituzione implica che una persona è libera di possedere un credo religioso e di agire sulla base di tale credo nelle questioni che riguardano il peccato senza interferenze da parte delle autorità secolari. Travalicherebbe la sfera di competenza della Commissione il pretendere da un membro di una fede religiosa di ‘rivisitare’ o ‘abbandonare’ le sue credenze per aderire all’idea di qualcun altro di che cosa rappresenti una decisione ‘sicura’.” [29]

Sono state invece prese in carico certe indicazioni di minor rilievo, come quella di realizzare un documento consuntivo delle procedure e delle linee guida da seguire nella gestione del problema degli abusi. Il documento, pubblico, dal titolo Jehovah’s Witnesses’ Scripturally Based Position on Child Protection, è stato emesso sul sito istituzionale nel maggio del 2018. Non v’era nulla di nuovo nei suoi contenuti; la sua unica, vera novità consisteva appunto nel ricapitolare in un luogo solo una serie di informazioni che erano in precedenza reperibili in vari punti della letteratura ufficiale del gruppo.

Anche la Chiesa Cattolica australiana, cui erano state comunicate fra le altre le raccomandazioni di rivedere l’obbligo del celibato per i sacerdoti e di non applicare il segreto pontificio ai casi di abusi, ha immediatamente escluso ogni possibilità di metterle in atto [30].

Le ‘nostre’ conclusioni. È chiaro come il caso australiano, portato con troppa facilità a esempio di atteggiamento reticente e di favoreggiamento dell’abominevole delitto di cui siamo qui costretti a dissertare, dimostri tutto il contrario: un fenomeno statisticamente irrisorio, duri provvedimenti sanzionatori e l’impressione di una gestione controllata e fin troppo rigida. A questo punto non ci resta che invocare i più banali cliché, lasciandone la scelta al lettore: dalle tempeste nei bicchieri d’acqua, alle montagne in dolce attesa di topolini, passando per lo shakespeariano “molto rumore per nulla”. Ma forse il miglior parallelo, e ci si perdonerà un riferimento sin troppo facile all’Australia, viene fuori chiamando in causa il proverbiale effetto boomerang.

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NOTE IN CALCE

[1] Public hearing into the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia ltd – Case study 54, articolo 31. Da notare che in quasi la metà dei casi (492 su 1006), la Commissione aveva riscontrato che non esistevano sufficienti elementi per riferire i presunti abusi alla polizia, oppure che la polizia – a lavori della Commissione iniziati – era stata già messa al corrente dei fatti (art. 32). [torna al testo principale]

[2] Si veda il sito ufficiale della Commissione: https://www.childabuseroyalcommission.gov.au/ . Una buona sintesi dell’operato della Royal Commission si trova anche su Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Royal_Commission_into_Institutional_Responses_to_Child_Sexual_Abuse . [torna al testo principale]

[3] Su questo punto, i rappresentanti legali della sede australiana della WT hanno ribattuto che in ben 383 casi dei 1006 presentati vi era stato in realtà un coinvolgimento della polizia o altri organi di sorveglianza. La Royal Commission non ha mai contraddetto tale dichiarazione, ma non he ha tenuto conto perché a suo dire non era possibile chiarire quale parte avesse avuto l’Organizzazione in tali casi nell’interessamento delle autorità. – The response of the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia Ltd to allegations of child sexual abuse, Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, 10/2016, § 6.3. [torna al testo principale]

[4] https://www.childabuseroyalcommission.gov.au/case-studies . [torna al testo principale]

[5] https://www.voglioviverecosi.com/eta-del-primo-rapporto-sessuale-nel-mondo.html/2 . [torna al testo principale]

[6] I Testimoni di Geova e la tutela dei bambini, dal sito CristianiTestimonidiGeova.net; articolo del 16/02/2006 (traduzione affinata da tdgonline). [torna al testo principale]

[7] I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati, Corriere.it, articolo del 23/5/2016. Nel prosieguo dell’articolo non terremo conto di questo fattore, che pure è tutt’altro che trascurabile, supponendo per semplicità che tutti gli abusi sarebbero stati perpetrati a valle dell’adesione al gruppo. [torna al testo principale]

[8] Questo dato è stato ricavato dalla tabella allegata agli atti. Secondo le stime della Commissione, il numero era ancora più elevato: 401 (The response of the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia Ltd to allegations of child sexual abuse, Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, 10/2016, § 6.1). [torna al testo principale]

[9] È discutibile che un pioniere (regolare o speciale) rientri fra i ‘nominati’ dei testimoni di Geova, se con tale definizione si intende una persona cui viene affidata una posizione di autorità su altri proclamatori. Tuttavia nel nostro computo prenderemo per buona questa ipotesi. [torna al testo principale]

[10] Altra ipotesi non rigorosa è l’aver incluso i ‘proclamatori non battezzati’ fra i testimoni di Geova, dato che secondo la dottrina sono Testimoni di Geova solo i fedeli che hanno ricevuto il battesimo (Torre di Guardia 1/4/2006 pag. 23 § 11) e dunque gli 89 “non” battezzati dovrebbero essere esclusi dal novero. Dal momento che nelle statistiche di adesione al gruppo della WT i proclamatori sono però compresi nei totali complessivi indipendentemente dal battesimo, per coerenza abbiamo preferito fare anche questa assunzione. [torna al testo principale]

[11] I fuoriusciti sostengono che questo argomento non sarebbe applicabile ai testimoni di Geova, fra i quali non esiste una distinzione fra clero e laicato: tutti gli aderenti a questo movimento si considerano ‘ministri’ della Buona Notizia. In realtà è proprio questa obiezione a essere ingenua e artificiosa, un sofisma teso a fare ‘fumo’ bruciando legna bagnata. Ai fini del coinvolgimento di un adulto in questi crimini, da un punto di vista giuridico, non conta infatti la definizione biblica del ruolo di ‘ministro’, ma unicamente il suo eventuale contenuto di autorità sugli altri fedeli, e in particolare se un ‘ministro’ possa, entro certi limiti e in determinate circostanze, agire da tutore di un minore. Cosa che può appunto dirsi degli anziani di congregazione, ma non certo dei proclamatori semplici. [torna al testo principale]

[12] I 116 casi di nominati implicati in abusi su minori si riducono ulteriormente a 80 se ci si limita alla fascia di età 0-15 anni delle vittime. Secondo i documenti della Commissione, inoltre, il dato di partenza era ancora più basso (108). – The response of the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia Ltd to allegations of child sexual abuse, Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, 10/2016, § 6.1. [torna al testo principale]

[13] The Australian Royal Commission’s Facts In Evidence—Jehovah’s Witnesses, seconda parte, pag. 15653 sgg. [torna al testo principale]

[14] Australia. «Migliaia di abusi in istituti cattolici». L’arcivescovo: straziante. L’Avvenire, articolo del 6/2/2017. Secondo un avvocato della Commissione, “Le denunce erano sistematicamente ignorate e i bambini venivano puniti. Le accuse non sono state indagate. I preti e i frati sono stati trasferiti. Le parrocchie e le comunità dove sono stati mandati non sapevano nulla del loro passato. I documenti non erano conservati o venivano addirittura distrutti. Ha prevalso il silenzio e la volontà di coprire i fatti”. La Chiesa Cattolica è, senza possibile paragone, l’organizzazione che risulta dare la peggiore immagine di sé in esito ai lavori della Commissione Australiana. Con riferimento ad esempio alla diocesi di Ballarat, si è parlato di uso di “linguaggio eufemistico ed ellittico” per mascherare la realtà, di distruzione di documenti compromettenti, di decine di suicidi e di “fallimento catastrofico” rispetto ad una gestione efficaci del problema degli abusi, che “ha provocato sofferenze e danni spesso irreparabili ai bambini, alle loro famiglie e in generale alla comunità. Questi problemi avrebbero potuto essere evitati se la Chiesa avesse agito nell’interesse dei bambini piuttosto che nel proprio”. (Report into Catholic Church authorities in Ballarat released, dal citato sito ufficiale della Royal Commission; https://en.wikipedia.org/wiki/Royal_Commission_into_Institutional_Responses_to_Child_Sexual_Abuse#Catholic_Church_authorities_in_Ballarat). [torna al testo principale]

[15] Anche se gli intervalli temporali di osservazione sono diversi (il punto di partenza è il 1950 per i cattolici, il 2005 per i testimoni di Geova), il rapporto è corretto: si ricordi che stiamo confrontando percentuali, che non cambiano sul lungo periodo, e non valori cumulativi. [torna al testo principale]

[16] Child abuse: 7% of Australian Catholic priests alleged to be involved, articolo on-line del sito della BBC News (6/2/2017). [torna al testo principale]

[17] Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Submissions on behalf of Watchtower Bible and Tract Society of Australia & Others, 9/11/2015, §§ 9.366, 9.367. [torna al testo principale]

[18] Report of Case Study no. 29 – The response of the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia Ltd to allegations of child sexual abuse, Commonwealth of Australia 2016, ottobre 2016, pag. 11, 49. [torna al testo principale]

[19] I legali dell’Organizzazione trovarono, nelle testimonianze rese alla Commissione da BCB e BCG e nell’uso che ne aveva fatto la Commissione stessa, una quantità davvero incredibile di contraddizioni ed errori (Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Submissions on behalf of Watchtower Bible and Tract Society of Australia & Others, 9/11/2015, cap.9 parti 3-5). [torna al testo principale]

[20] Recommendations from the Royal Commission, articolo del Daily Mail, versione elettronica, del 15/12/2017. [torna al testo principale]

[21] In dozzine di punti della documentazione prodotta dalla Commissione si ripete che ‘non rientra nella policy dell’Organizzazione’ che gli anziani dei testimoni di Geova denuncino gli abusi su minori di cui sono a conoscenza, a meno che non fossero tenuti per legge a farlo. Osservazione non esente da una nota implicita di biasimo, che appare però incongrua. È fatale che ci si chieda come mai, invece di suggerire (velatamente) agli enti religiosi che si dovrebbe sporgere denuncia anche nell’assenza di un obbligo di legge, la Commissione non indirizzi i suoi sforzi proprio verso le autorità governative perché le leggi siano cambiate. [torna al testo principale]

[22] Citazione originale: “No empirical or credible evidence, suggesting that a decision being made only by men was, or is, necessarily problematic, was placed before the Commission. Male judges (many of whom may be fathers) determine the guilt or innocence of defendants all over the world. No empirical evidence suggesting that men are not intellectually or emotionally equipped to determine the guilt or innocence of someone accused of child abuse was presented to the Commission. No empirical evidence suggesting that women are necessarily better equipped either intellectually or emotionally to do so was presented to the Commission. In the absence of evidence one way or the other, the choice of the gender of the persons involved in the decision-making process is an aspect of the free exercise of religion, which means that a person is entitled to believe and act in accordance with their beliefs, even if those beliefs mean that congregation elders (men) determine a sinner’s guilt.” – Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Submissions on behalf of Watchtower Bible and Tract Society of Australia & Others, 9/11/2015, § 3.23. [torna al testo principale]

[23] Citazione originale: “Mr Jackson said that, if elders cannot talk to a victim because to do so might traumatise the victim too much, two women close to the victim may take the victim’s testimony and convey it to the investigating elders”. – The response of the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia Ltd to allegations of child sexual abuse, Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, 10/2016, § 7.4. [torna al testo principale]

[24] Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Submissions on behalf of Watchtower Bible and Tract Society of Australia & Others, 9/11/2015, §§ 7.2, 7.7. [torna al testo principale]

[25] Citazione originale: “The organisation has failed to address the particularly devastating practice of shunning survivors who dissociate from the organisation because of their abuse”. [torna al testo principale]

[26] The response of the Jehovah’s Witnesses and Watchtower Bible and Tract Society of Australia Ltd to allegations of child sexual abuse, Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, 10/2016, § 7.7. [torna al testo principale]

[27] Metodo a dir poco discutibile, dato che i former members sono, come si è osservato in precedenza (si veda la nota 2), la più scadente delle fonti di informazione. Molte conclusioni della Commissione apparivano comunque viziate da pregiudizio, approssimazione o scarsa comprensione dei termini, con esiti che talora sfiorano l’umorismo involontario. Alcuni esempi: il riferimento ad Atti 5:29 (‘dobbiamo ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini’), citato durante un’audizione a proposito della neutralità cristiana in tempi di guerra, era stato additato come prova di un presunto ‘divieto di riferire gli abusi alle autorità’ (ibid., §§ 9.6 – 9.8); un passo del libro Pascete il Gregge di Dio, in cui si diceva che non è consentito, durante i comitati giudiziari, portare dei conoscenti per dare ‘sostegno morale’, era stato erroneamente applicato alle vittime degli abusi, mentre si riferiva ai trasgressori (§ 9.243); durante le audizioni si sostenne che i comitati giudiziari ‘incentivano le confessioni’ degli accusati offrendo in cambio una sorta di riduzione della pena, la riprensione invece della disassociazione (§ 9.339). [torna al testo principale]

[28] 9NEWS, Child abuse inquiry wants lasting changes, articolo del 15/12/2017. [torna al testo principale]

[29] Citazione originale: “The evidential requirements laid down in Scripture for establishing sin are not matters that can be “revisited” or “abandoned” by Jehovah’s Witnesses; Moreover, the free exercise of religion protected by s.116 of the Constitution means that a person is free to hold a religious belief and is free to act upon that religious belief in respect of matters of sin without interference from the secular authorities. It would be beyond the scope of the Terms of Reference of the Commission to require a member of a religious faith to “revisit” or “abandon” their beliefs in order to satisfy another person’s idea of what constitutes a “safe” decision.” – Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Submissions on behalf of Watchtower Bible and Tract Society of Australia & Others, 9/11/2015, §§ 9.223, 9.224. [torna al testo principale]

[30] The Guardian, Catholic church dismisses key recommendations from landmark inquiry into child abuse, edizione on-line del 15/12/2017 [torna al testo principale]