Appendice: Alcune opinioni su Jerry Bergman e le sue opere sui testimoni di Geova

Abbiamo selezionato tre opinioni autorevoli sulle opere di Jerry Bergman dedicate alla sua ex-professione di fede, e, di riflesso, sulla sua qualità di esperto dei testimoni di Geova. Le prime due sono di stimati addetti ai lavori nel campo della psichiatria, la terza è quella di un pluripremiato scrittore e narratore italiano.

“SE CERCATE SCIENTIFICITÀ, AVETE SBAGLIATO LIBRO”
Il parere del dott. Stefano Michelini [1] sul libro I testimoni di Geova e la salute mentale

Dare del matto a chi crede in maniera diversa è uno sport in voga da almeno 400 anni, come ricordava Michel Foucault nel suo “Storia della follia”. Cambiano le mode, le stagioni e gli obiettivi, forse, ma per colpire il diverso, la minoranza ed emarginarla ancora di più è tuttora in voga il richiamo alla salute mentale.

“Chiacchiere e illazioni”, “aneddoti e storielle”, “di scienza neanche l’ombra”

Obiettivo prescelto, di recente, pare essere la minoranza religiosa. E così presunti psicologi si presentano ad analizzare ‘scientificamente’ il fenomeno della devianza mentale nelle cosiddette ‘sette religiose’. Questa volta ci prova un certo Jerry Bergman nel libro “I Testimoni di Geova e la salute mentale”. Chi siano i Testimoni di Geova lo sappiamo quasi tutti: e il fatto che vengano alla nostra porta per divulgare la Bibbia, li fa apparire diversi dal comune sentire. Ma da qui a parlare di devianza mentale indotta da un credo religioso c’è una notevole differenza.

Ho letto due volte il libro per essere sicuro di aver capito bene. Più che uno studio scientifico sui Testimoni di Geova, parrebbe piuttosto una raccolta di racconti di ex Testimoni. Ecco, io non sono in grado di sapere se davvero si tratta di racconti di ex. Di una cosa sono però sicuro: di scienza non c’è neanche l’ombra. Per un attimo ho creduto si trattasse di un vecchio libro, redatto con criteri altrettanto vecchi. Ma poi mi sono dovuto arrendere vedendo la data di pubblicazione: 1996. L’autore ha praticamente ignorato – fatto forse trascurabile per lui – una ventina d’anni di progresso nella psichiatria. Parla con il linguaggio degli anni sessanta, quando di fronte alla malattia mentale ci si poneva come di fronte ad un’opera d’arte, davanti alla quale ogni interpretazione era lecita. Quando si poteva dire tutto e il contrario di tutto.

Non sono citati i criteri diagnostici delle malattie che oramai vengono universalmente accettati. Non si parla di trattamenti se non in modo generico e molto, ma molto vago. Bergman ci viene presentato come autore di “oltre 400 articoli, pubblicati in periodici popolari o scientifici, riguardanti la psicologia, la sociologia e la scienza”. Ma non mi pare molto addentro nella materia affrontata in questo volume. Parla infatti di depressione e suicidio come di malattie indotte, cita percentuali a sproposito senza MAI (mai in 394 pagine) fare riferimento alla lettura specialistica e ai dati epidemiologici dei maggiori studi americani.

Preferisce accattivarsi il lettore con aneddoti e storielle personali, anche intriganti, ma che nulla hanno a che vedere con il pretenzioso titolo. Particolarmente umoristico – se possibile, data la materia tanto delicata – è il capitolo sul suicidio, che viene descritto come collegato alla dissociazione dal gruppo religioso e ad eccessivi sensi di colpa, senza considerare (o sapere) che il senso di colpa è un sintomo depressivo come lo è il suicidio o il tentativo di suicidio.

Riguardo all’ipotetico rapporto di causa-effetto tra l’essere Testimoni ed essere malati, l’unica procedura che poteva dire qualcosa era la seguente: effettuare una valutazione diagnostica psichiatrica di tutti i nuovi adepti mediante strumenti standardizzati e validati [per es., SCID Structured Clinical Interwiew per il DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: Spitzer, Williams, Gibbon e Forst, 1997)] – al personale esperto occorre circa un’ora e mezza per soggetto – e ripeterla a sei, dodici, diciotto e ventiquattro mesi e, successivamente, ogni anno, per un periodo minimo di osservazione di cinque anni. E tutto questo, naturalmente, in un gruppo omogeneo per età, razza e genere.

Al di là di questo semplice schema c’è posto solo per chiacchiere e illazioni. Ed è di queste che pare soprattutto interessarsi Bergman e quanti, sponsorizzando il suo libro, pretendono che esso dia addirittura “un supporto ed un riferimento idonei a giudici, consulenti tecnici, avvocati chiamati ad intervenire sul destino di persone, soprattutto di minori”. Ma se cercate scientificità, avete sbagliato libro.

“IRRILEVANZA DA GIORNALE SCANDALISTICO”
Recensione, a cura di Richard Singelenberg [2], del libro “Testimoni di Geova. Una bibliografia globale e commentata selettivamente” di J.Bergman

Di recente Rodney Stark e Laurence Iannaccone hanno consigliato ai sociologi della religione di dedicare più tempo allo studio dei Testimoni di Geova (TdG). Hanno accusato i loro colleghi di trascurare sistematicamente la Watchtower Bible and Tract Society (WBTS) ed i suoi affiliati. I membri di questo movimento religioso che esiste da più di un secolo saranno anche ben visibili nella vita di tutti i giorni, ma vengono praticamente ignorati dai giornali e dai libri di testo. [3]

Qualunque possa essere la ragione, la mancanza di fonti scritte può difficilmente essere una spiegazione valida a questa presunta indifferenza della comunità scientifica. Nella sua seconda bibliografia sui TdG, lo psicologo americano Bergman elenca circa 5000 titoli di materiale stampato da o sulla WBTS ed i suoi appartenenti. L’autore divide queste opere in cinque categorie: letteratura ufficiale della WBTS (capitolo 1); materiale collegato all’origine del movimento ed ai suoi primi sviluppi (capitolo 2); fonti di osservatori esterni quali libri e notiziari (capitolo 3) e articoli di riviste e giornali (capitolo 4); ed infine materiale di apostati dell’organizzazione (capitoli 5 e 6). Solo il capitolo 4 è organizzato per argomenti come le cause civili che coinvolgono i TdG, la dottrina delle trasfusioni di sangue, il problema del saluto alla bandiera, e gli studi sociologici e psicologici. Un indice alfabetico conclude il libro.

Sebbene la maggioranza delle pubblicazioni siano in inglese, Bergman presenta anche molto materiale proveniente da Germania, Olanda, e Scandinavia. Rari i riferimenti italiani, spagnoli, francesi e russi, mentre il materiale in altre lingue è minimo. Il periodo temporale coperto supera i centocinquant’anni: dal 1840 – fonti che, secondo Bergman, sono state decisive nello sviluppo del pensiero del fondatore Russell – fino al 1997. Riguardo alla quantità di materiale di ricerca sociologica, un rapido conteggio assomma a circa 20 tesi di dottorato e 50 articoli di giornali specialistici. Se queste cifre indicano “un sistematico trascuramento” come asseriscono Stark e Iannaccone, ci chiediamo quali cifre indicherebbero invece un’”attenzione sistematica”.

Questa bibliografia è un efficace prontuario per specialisti. Si potrebbe concludere che, con qualche eccezione, la maggioranza del materiale di cui un ricercatore di questo movimento avrebbe bisogno si può trovare qui. In particolare i capitoli finali che parlano dei molti scismi dell’organizzazione offrono dettagli interessanti. Se i sociologi spendono poca attenzione per i TdG, i fuoriusciti della WBTS sono addirittura una tabula rasa.

“Non si comprende quale tipo di messaggio si voglia far pervenire al lettore, se non la stigmatizzazione di una minoranza religiosa”

Sfortunatamente l’ampiezza della bibliografia è la sola caratteristica positiva di quest’opera. Le annotazioni risentono di un utilizzo soggettivo, di giudizi infondati o incompleti, e di una irrilevanza da giornale scandalistico. Una spiegazione parziale di questi problemi si può ritrovare nei trascorsi religioni dell’autore; Bergman è un ex-TdG ed un avversario ben noto della WBTS. Il lettore ignaro è tuttavia tenuto all’oscuro di questi fatti. “[L’autore] ha effettuato ricerche e scritto sul movimento dei Testimoni di Geova per circa quarant’anni,” è la sola informazione biografica che viene fornita. Dai suoi commenti, tuttavia, risultano ben chiari la sua reale posizione e i suoi sentimenti.

Egli descrive l’organizzazione come “corrotta,” “disumana,” e “disonesta” mentre i diversi insegnamenti, come le dottrine delle trasfusioni di sangue e dell’anno profetico 1914 sono giudicate “tragiche,” “erronee,” e “sbagliate” (pp. 95, 98, 100, 111). Successivamente Bergman qualifica centinaia di sorgenti – incluse alcune proprie (p. 119) – come “eccellenti” senza fornire argomentazione alcuna a sostegno di tale apprezzamento. Questo avviene anche nel caso di un trattato svedese (“eccellente pubblicazione”) che si schiera contro la proibizione di trasfusioni del movimento (p. 100) ed un libro olandese che contiene “molte eccellenti informazioni che non si trovano da nessun’altra parte” (p. 109). Come può saperlo? Per caso padroneggia queste lingue? Dai ringraziamenti dell’autore si nota che la maggioranza delle opinioni hanno probabilmente avuto origine da collaboratori stranieri che hanno contribuito a fornire parecchio del materiale non in lingua inglese (p. ix).

Alcune annotazioni sono desolatamente incomplete o povere. Un evidente errore è il commento su di una pubblicazione commissionata dagli ex-servizi segreti della Germania dell’Est con la specifica intenzione di screditare la WBTS. Bergman valuta il libro come “opera Anti-Testimoni,” ma trascura la fondamentale (e ben nota) informazione per cui il documento è stato prodotto dalla Stasi (p. 97). Oltre a ciò, agli studi rivoluzionari di Bryan Wilson sui TdG non è riservato nessun commento (p. 256); e anche supponendo che l’interesse del lettore fosse riposto in un oscuro quanto singolare studio sperimentale sui tratti della personalità dei TdG tedeschi, non viene fornito alcun dettaglio che vada oltre i dati biografici di base (p. 101). Per contro i commenti dell’autore sul fondamentale studio dello storico Garbe riguardo alla persecuzione dei TdG nella Germania nazista si limitano al gratuito appunto per cui la storiografia del movimento “non sempre è accurata,” invece di presentare i meriti di questo lavoro (p. 97). Inoltre Bergman trascura numerosi studi tedeschi pubblicati già nei primi anni ’90 sul destino dei tdG durante il regime di Hitler. Sarebbe stato appropriato includere una sezione separata su questo specifico argomento.

Si può notare nei commenti una inclinazione ad un evidente sensazionalismo riguardo al supposto coinvolgimento di membri della WBTS in comportamenti ad essa contrari. Che cosa vorrebbe suggerire l’autore con il commento “a proposito dell’assassinio dello skinhead da parte di tre ragazzi allevati come Testimoni” (p. 107)? Fino ad oggi non è stato dimostrato alcun legame significativo tra il crescere nell’ambiente di questa religione e le attività criminali. Idem per il caso di un avvocato TdG che aveva frodato i suoi compagni di fede (p. 241). Si tratta di eventi sfortunati, ma enfatizzando questi e simili incidenti isolati non si comprende quale tipo di messaggio si voglia far pervenire al lettore, se non la stigmatizzazione di una minoranza religiosa.

Riguardo ai criteri di classificazione di Bergman, ci si domanda se l’annoverare la categoria dei cosiddetti “interessi umani” sotto il titolo di “studi sociologici e psicologici” sia opportuno. In questo modo gli articoli di analisi sociologica e gli ‘Acta Psychiatrica Belgica’ si alternano con una intervista di Penthouse fatta alla cantante Patti Smith, allevata come TdG, e con uno scoop che riguarda una star dello spettacolo che si è convertita, tratta da Woman’s Day (pp. 249-256). Per concludere, al di là della sofisticata cura della copertina del libro, il fatto che le voci non di lingua inglese siano piene di errori di grammatica indica una revisione finale fatta in maniera approssimativa – se pure è stata fatta. Il miglior consiglio per il lettore sarebbe quella di concentrarsi sui titoli e ignorare i commenti.

“TESTIMONI DI GEOVA: LA LORO PRESENZA ARRICCHISCE ANCHE ME”
Il parere del dott. Sergio Albesano [4] sul libro I testimoni di Geova e la salute mentale

Molti anni fa, ero allora un bambino, stavo un giorno sul pullman quando ad una fermata un testimone di Geova fece proselitismo e cercò di vendere una copia della rivista “La Torre di Guardia”. Un passeggero si mise allora ad urlare contro il testimone e la sua religione e, confondendo il nome ebraico di Dio con la divinità suprema dell’antica religione romana, lo apostrofò come testimone di Giove e concluse, cercando l’approvazione dei presenti, esclamando che non esiste né Giove né Saturno!

È passato diverso tempo da quel gustoso episodio, ma i pregiudizi che colpiscono i testimoni di Geova non sono cambiati. Anzi dalle farneticanti affermazioni di quel poco istruito signore siamo passati ora ai tentativi pseudoscientifici dl condannarli. È infatti stata recentemente pubblicata la traduzione italiana del volume di Bergman I testimoni di Geova e la salute mentale, in cui l’autore, un ex testimone che lavora come psicologo, sostiene che le malattie mentali sono più comuni fra i testimoni che fra la popolazione in generale.

Procedendo, Bergman cita un certo dott. Levy, il quale critica l’affidamento di un minore ad un genitore testimone perché lo allevi, in quanto gli insegnamenti dei testimoni a suo dire ‘non coincidono con il modello di vita occidentale proprio della nostra società’. Premetto che non sono un testimone di Geova, ma mi pare che il ‘modello di vita occidentale’, benché estremamente piacevole per pochi eletti, si basi sullo sfruttamento di intere popolazioni del terzo mondo e che abbia causato mali che saremo costretti a sopportare per generazioni e generazioni. Basti pensare all’inquinamento. Contemporaneamente vedo che i testimoni insegnano a pagare con onestà le tasse, a non partecipare alla guerra né alla sua preparazione, a non rubare ed in genere a condurre un tipo di vita che se fosse maggiormente diffuso porterebbe ad un innalzamento del livello di convivenza civile.

Esistono certamente alcuni aspetti del pensiero dei testimoni di Geova che non condivido, quale ad esempio il loro categorico rifiuto delle trasfusioni di sangue, ma al riguardo posso affrontare l’argomento con loro in maniera dialettica, senza per questo doverli far passare per pazzi.

‘Tentativo pseudo-scientifico di condannare i testimoni di Geova’

Mi fa sempre paura quando si insinua sulla salute mentale di chi non si conforma al comportamento della maggioranza. Ad esempio i primi obiettori dl coscienza in Italia, testimoni e non, venivano sempre sottoposti ad esame psichiatrico; ciò significa che si reputava talmente strano che una persona si rifiutasse di imparare ad uccidere, che si pensava bene di controllare che non fosse uscita di senno. Tenendo davanti agli occhi le distruzioni di tutte le guerre viene da domandarsi dove stiano i veri pazzi. Ed è allarmante constatare che anche i nazisti sottoponevano a perizia psichiatrica coloro che si rifiutavano di imbracciare le armi e di combattere. Ho avuto l’occasione di conoscere un po’ meglio il mondo dei testimoni di Geova dopo la pubblicazione del mio libro Storia dell’obiezione di coscienza in Italia. La mia é stata una vera e propria scoperta. Prima li conoscevo soltanto per le loro petulanti presenze ad orari impossibili della domenica mattina nel tentativo di spiegarmi che la vera fede è la loro. Dopo mi si sono aperti gli occhi su un pianeta completamente diverso. Alcuni di loro sono preparati culturalmente (altri un po’ meno); disponibili senza remore a prestarsi aiuto fra loro: non ho incontrato superfanatici, nessuno che insistesse per convincermi e nessuno che si comportasse in maniera riprovevole. Quando organizzo una tavola rotonda sul tema dell’obiezione di coscienza mi stupisco sempre di vedere che in genere partecipano pochi obiettori di coscienza, pochi non violenti, pochi cattolici e tanti testimoni di Geova. Basta che sia affisso un avviso nei loro luoghi di culto ed essi accorrono all’incontro, non per un ordine di scuderia ma per l’interesse di approfondire un argomento che riguarda la loro fede. Io credo che se i cattolici in genere, me compreso, avessero la metà dell’entusiasmo e della dedizione che hanno i testimoni di Geova, allora davvero la loro fede muoverebbe le montagne. Il livello di una democrazia si misura dal modo in cui tratta le minoranze ed in effetti lo Stato italiano per molti aspetti ha accolto le istanze dei testimoni di Geova. La lacuna che ancora rimane da colmare non è quindi tanto giuridica o legislativa, quanto culturale. Il testimone di Geova é ancora visto come ‘altro’, conte persona noiosa, portatrice di un morbo teologico che può infettare le nostre case; di conseguenza, che stia nel suo ghetto e che si imparenti endogamicamente.

Un po’ più di tolleranza religiosa sarebbe sufficiente per convivere in maniera più civile. Se si hanno idee diverse, si può crescere reciprocamente soltanto nel confronto sereno; oppure si ha anche il ditino di non accettare un dibattito che non interessa ed allora basta spiegarlo, in maniera gentile e decisa. Ma quando per osteggiare colui che pensa in maniera diversa da noi invochiamo la camicia di forza, prestiamo attenzione, perché ciò significa che il morbo dell’intolleranza si è già infiltrato dentro di noi. Io che non sono testimone di Geova desidererei che essi abbiano cittadinanza nella società culturale, perché la loro presenza arricchisce anche me. Come loro non mi devono imporre alcun credo, e non lo fanno, così io devo battermi perché possano esprimere in assoluta libertà le loro opinioni. Se esse saranno in disaccordo con le mie ne discuteremo oppure continueremo a convivere con idee diverse, ma non andrò mai soltanto per questo a chiamare il maresciallo dei carabinieri [né lo psichiatra].

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I TESTIMONI DI GEOVA E LA SALUTE MENTALE

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NOTE IN CALCE:

[1] Medico chirurgo, psichiatra e Manager della Ricerca e della Didattica del Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie dell’Università di Pisa. Possiede specializzazioni in psichiatria genetica e psicologia dello sport. L’articolo è tratto dal periodico
L’incontro, settembre 1999. [Torna all’articolo]

[2] Antropologo sociale, ha insegnato anche all’università di Utrecht. Esperto di religioni minoritarie. L’articolo proposto è una libera traduzione in italiano curata dalla redazione di Tdgonline. A questo link l’articolo originale (Florida, USA, 2000). [Torna all’articolo]

[3] R.Stark e L. Iannaccone, ‘Why the Jehovah’s Witnesses grew so rapidly‘ [Perchè i TdG crescono così rapidamente], 1997 Dal “Journal of Contemporary Religion”, vol. 12, nbr2, pag. 133-4, 155. [Torna all’articolo]

[4] Scrittore, storico e saggista. [Torna all’articolo]