I TESTIMONI DI GEOVA E LA SALUTE MENTALE: Metà speculazione, metà… leggenda metropolitana

salute-mentaleIl consorzio umano [0] annaspa in un oceano di preconcetti. Non tutti ugualmente pericolosi: alcuni talmente banali e risaputi da risultare, in definitiva, del tutto innocui; altri denunciano una mentalità retrograda che qui e là evoca un razzismo neanche troppo latente. Sentir dire, con tono serio, che genovesi e scozzesi sono avari, susciterebbe certo più un sorriso di compatimento che un impeto di rabbia: luoghi comuni vieti, addirittura ammuffiti, nei quali nessun individuo adulto e con un minimo di istruzione riporrebbe credito. Diverso suonerebbe affermare che i napoletani vivono sommersi dalla spazzatura, come diverso è affermare che il siciliano è mafioso a prescindere o che la donna è ‘peripatetica’ per costituzione. Non è da permalosi, in presenza di giudizi così sciatti, offrire una reazione indignata.

Si potrebbe scrivere un saggio sui pregiudizi di cui sono oggetto i testimoni di Geova: un elenco virtualmente infinito. Ed è importante notare come tali pregiudizi finiscano con il ricadere in due categorie del tutto contrapposte. Alcuni ne presuppongono una profonda disonestà intellettuale: voltagabbana, emarginatori, nemici del libero pensiero, plagiari, opportunisti, falsificatori delle Scritture e di citazioni colte, e così via. Abbiamo poi una seconda categoria di pregiudizi che li ritrae invece come delle ‘vittime’ in buona fede di un sistema occulto: semianalfabeti, fanatici, mentalmente condizionati, invadenti, ottusi, asociali, aspiranti al martirio, seriosi, attaccati più ai dettami dei loro ‘dirigenti’ che ai normali affetti familiari, sostenitori di convinzioni antiscientifiche. E persino propensi al suicidio.

Non è questa la sede per approfondire le motivazioni di una simile messe di apprezzamenti (riscontrabili talvolta tutti insieme), che potrebbero essere ricercate, per citare due soli esempi, nella poca simpatia che i testimoni di Geova ispirano ai papaveri della cristianità (a sua volta riconducibile all’efficacia del loro proselitismo) e nella perentorietà con la quale estromettono peccatori ostinati e apostati dissidenti, con l’ovvio rischio di vederli ingrossare la platea dei contestatori esterni – come di fatto avviene. Le “mitragliate” di insulti, si sa, mettono sintomaticamente in sospetto: non nei riguardi di chi ne è bersaglio, ma proprio nei riguardi di chi le produce. È fatale in questi casi che ci si chieda quale tempesta di passioni sia all’origine di una così incontrollata avversione.

A questo punto bisogna però notare come anche i critici, come del resto tutti gli esseri umani, si dividano in due categorie: i meno ‘pronti’ (per usare un eufemismo), che si limitano a riciclare i luoghi comuni, specie quelli di maggiore effetto, snocciolandoli senza garbo e raziocinio, nella convinzione che raggiungano lo scopo di mettere in cattiva luce i testimoni di Geova; e i più astuti, che si rendono conto di come ciò non basti e che sia necessario nobilitare gli insulti, gabellandoli per giudizi quasi ‘benevoli’ di sapore clinico, e corroborare il clima di sospetto con il ricorso a citazioni citabili, riferimenti da testi accreditati, interventi, a volte voluti, più spesso accidentali, di specialisti di settore.

Di fatto l’unica possibilità che il florilegio di apprezzamenti della ‘seconda categoria’ possieda almeno la proverbiale unghia di verità, sarebbe di postulare che i testimoni di Geova abbiano una ‘tara’ mentale, siano insomma accomunati da qualche misteriosa anomalia psicologica, in parte innata e che così spiegherebbe la loro scelta di conversione religiosa, in parte favorita e incallita da un’esistenza dettata dalle regole di un gruppo religioso descritto come profondamente antilibertario.

Certo la tesi è davvero coraggiosa. Come applicare una simile etichetta ad un gruppo che annovera milioni di fedeli sparsi per tutto il pianeta, delle culture ed estrazioni più eterogenee, compresi fra gli altri giuristi, scienziati, primari ospedalieri, docenti universitari e – ironia del caso – psicologi?[1] Esiste, non si dice una scuola di pensiero, ma almeno una singola “traccia” erudita in grado di avallare l’audace teorema?

E qui l’Accademia non risponde che nell’unico modo possibile: un silenzio pressoché totale, appena perturbato da episodici rumori. Costretti a prendere atto di questa realtà (la cronica mancanza di riscontri tecnici) gli ex-testimoni si sono inventati un cattedratico ad hoc, e tale “autorità” risponde al nome di Jerry Bergman.[2]

JERRY BERGMAN: CHI ERA COSTUI?

I testimoni di Geova e i luoghi comuni

Jerry (Gerard) Bergman è uno studioso americano dagli interessi piuttosto vasti[3], che spaziano nei campi più diversi. Pare si sia occupato, nella sua carriera pluridecennale, di biologia, microbiologia, fisica, chimica, biochimica, biomedicina, storia, filosofia, geologia, meteorologia, genetica, scienza della nutrizione, sociologia, scienza del comportamento, antropologia, patologia sperimentale e altro ancora: praticamente un tuttologo. E naturalmente di psicologia.

I giudizi su Bergman sono piuttosto eterogenei; si va dai detrattori dei testimoni di Geova, che lo elevano al rango di luminare della scienza o quasi, a chi lo definisce ‘una barzelletta vivente del mondo accademico’, come capita di leggere su Internet. Sebbene simili eccessi non siano condivisibili, esistono fondate ragioni di dubitare della sua autorevolezza per lo meno nel settore della psicologia (gli altri risultando ininfluenti ai fini di questo articolo).

Primo e più importante dei punti: Jerry Bergman è un ex-testimone di Geova. Con rare eccezioni, il mondo accademico è unanime nel ridimensionare alquanto il valore delle dichiarazioni dei fuoriusciti a detrimento della loro precedente confessione religiosa.[4]

Ma il fatto di avere a che fare con un professionista non dovrebbe rendere le cose un po’ diverse? Secondo Stephen Kent, studioso di movimenti religiosi alternativi e relative apostasie, sembra proprio di no. Egli afferma fra l’altro che “l’istruzione superiore non è una garanzia che il laureato scriverà in maniera critica ed anche obiettiva” [5] e che “la coerenza in una storia di coinvolgimento in un culto e una personalità convincente non sono motivi sufficienti per giudicare se i racconti di fuoriusciti sono veri e accurati”.[6]

Da notare che anche alcuni che sposano (almeno in buona misura) le tesi di Bergman riconoscono questo suo ‘peccato originale’. Michael Rand ad esempio osserva che “è necessario considerare criticamente che questa persona è un ex-testimone di Geova e potrebbe non essere del tutto libera di pregiudizi nelle sue osservazioni, analisi e opinioni”.[7]

Bergman vanta centinaia di pubblicazioni fra libri, saggi brevi e articoli: tanta carne a cuocere, ma forse anche troppo fumo, verrebbe da dire. Negli anni ’80 la Bowling Green State University (fondata in Ohio nel 1910) gli negò una cattedra nel proprio istituto per ragioni etiche e di qualità e rilevanza delle sue pubblicazioni. Ironia della sorte, Bergman contestò in tribunale la decisione dichiarandosi ‘discriminato (!) a motivo dei suoi insegnamenti creazionistici’, ma la corte gli diede torto.[8]

Nelle rare circostanze in cui Bergman si è presentato come perito in processi giudiziari che coinvolgessero i testimoni di Geova, non si può certo dire che abbia fatto una buona riuscita né una figura lusinghiera.

È rimasto nella storia il caso Pater vs Pater (Ohio, USA, 1992), una causa di affidamento nella quale un minore era conteso fra il padre e la madre, una testimone di Geova. In prima istanza il tribunale aveva stabilito che il piccolo Bobby di tre anni fosse affidato al padre e che la madre avesse il permesso di andare a trovarlo ‘a condizione che non cercasse di insegnargli la propria religione’. La madre presentò ricorso in appello contro una decisione manifestamente discriminatoria. Durante i lavori processuali del ricorso, i magistrati presero in considerazione, fra l’altro, sia il testo “The Mental Health of Jehovah’s Witnesses”, sul quale torneremo in seguito, che il suo autore, il dottor Bergman. Quest’ultimo, che non si era nemmeno preso il disturbo di intervistare il figlio della coppia, asserì fra l’altro che le malattie mentali fossero più comuni fra i testimoni di Geova che fra la popolazione in generale. La corte liquidò le sue speculazioni come ‘sfacciato tentativo di applicare uno stereotipo ad una intera religione’ e le statistiche che aveva offerto a sostegno di tale teorema come ‘prive di significato’.[9]
Che dire? Non proprio un buon biglietto di presentazione.

Di nuovo, nel processo Redman vs. Watch Tower Bible and Tract Society of Pennsylvania, dibattuto nel 1994, non si riuscì a far valere il supposto peso della sua autorità contro i testimoni di Geova. Jerry Bergman aveva coniato, a proposito della sua ex-religione, il termine dal sapore fantapolitico di ‘guerra teocratica’ (theocratic warfare), che secondo lui prevedeva fra l’altro – su quali basi non è dato sapere – l’imposizione per i seguaci di giurare il falso per proteggere l’organizzazione e i propri confratelli. La corte rilevò nell’atteggiamento dei querelanti, che tentarono invano di avvalersi della consulenza esperta del Bergman, ‘un attacco alle credenze dei testimoni di Geova’ e affermò che tale atteggiamento ‘violava i principi di ingiusto pregiudizio, libertà religiosa, tolleranza e riservatezza personale’.[10]

Alcuni mezzi impiegati dallo Bergman scrittore lasciano perplessi. Per esempio, egli cita più volte (nel libro sulla salute mentale dei Testimoni e altrove) un non meglio identificato dottor Montague, secondo il quale fra l’altro ‘la percentuale di disturbi mentali fra i testimoni di Geova è di circa dieci-sedici volte più alta di quella della popolazione in generale’ e ‘circa il 10% dei proclamatori di una congregazione media ha serio bisogno di un aiuto’[11] psicologico o anche psichiatrico. Nonostante la totale assenza di documentazione probatoria, gli ex-tdG dissidenti hanno giubilato all’arrivo di questa inattesa ‘manna dal cielo’, ripetendo questi dati ogni volta che ciò risultasse utile alle loro cause denigratorie, senza rendersi conto che Bergman e Montague sono… la stessa persona! Montague era cioè uno pseudonimo di Jerry Bergman, che aveva quotato sé stesso guardandosi bene dal rivelare lo stratagemma. È lecito il sospetto che proprio l’insufficienza di fonti l’abbia indotto a questo curioso espediente da romanzo d’appendice.[12]

Si tratta di squallidi ‘attacchi personali’? No davvero. Qui non si sta parlando della vita privata di uno studioso rivelando particolari irrilevanti che vorrebbero denigrarlo come individuo. Si sottolinea piuttosto come alcuni fatti riconducibili alla sua qualità di personalità di settore sollevino seri dubbi sul suo grado di autorevolezza. Secondo un proverbio un po’ sempliciotto, due indizi (o tre, secondo una versione più prudente) fanno una prova; qui, come si è visto, ne abbiamo anche di più.

“I TESTIMONI DI GEOVA E LA SALUTE MENTALE”

Un assortimento di esperienze anonime e di affermazioni tanto più radicali quanto meno risultano documentate

Ora concentriamoci sul libro di Bergman “The Mental Health of Jehovah’s Witnesses” (1987), tradotto successivamente in italiano con il titolo “I testimoni di Geova e la salute mentale”, dimenticandoci, per quanto possibile, dell’autore e dei suoi “scheletri nell’armadio”. Come si è già anticipato, nel libro il dott. Bergman prospetta più o meno apertamente la tesi di un ‘modello patologico’ per il quale l’affiliazione a tale confessione di fede risulterebbe foriera di disfunzioni mentali anche gravi. L’opera – lunga e sovraccarica di informazioni – è praticamente sconosciuta negli ambienti che contano e, tra l’altro, fuori commercio da molti anni, ma come è facile intuire rappresenta una memoria per i fuoriusciti dissidenti ed è presa spesso a riferimento nella eterna crociata che vorrebbe demolire l’immagine pubblica dei Testimoni.

Il libro è una collezione di affermazioni gratuite, mutuate da dichiarazioni di ex-testimoni di Geova (delle quali si è già rilevata l’inattendibilità) e non comprovate da alcuna documentazione, come pure di tendenziosità. A pag. 97 [13] si afferma che ‘molti Testimoni tendono a fidarsi solo delle cure ‘naturali’: solo nutrimento appropriato, vitamine o terapia minerale e riposo’. Una ‘verità tecnica’ che non può essere negata a rigor di termini (in tutto il mondo esistono persone come quelle descritte, quindi è fatale che ve ne siano anche fra i TdG) ma che vorrebbe far credere che gli appartenenti a questa confessione di fede, per preconcetto, superstizione o chissà che altro, sarebbero di norma contrari ad avvalersi della scienza medica e dei suoi progressi. Una stupidaggine palesemente contraddetta, ed è solo un esempio, dalla loro ben nota opzione alle alternative alle terapie emotrasfusionali, un settore al cui sviluppo essi hanno indirettamente contribuito.

Fra gli ‘esperti’ che Bergman menziona a sostegno delle sue tesi vi è un certo dottor Levy, preso a riferimento nel libro a proposito delle sue opinioni in una causa di affidamento, nella quale un pool di periti si era già espresso a favore della madre Testimone. Due stravaganti considerazioni di questo personaggio (pag. 73) risulteranno sufficienti a renderne la statura:

Ritengo che il crescere da testimone di Geova non comporterebbe la realizzazione dei migliori interessi della bambina, dato il fatto che [gli insegnamenti dei Testimoni] non coincidono con il modello di vita occidentale proprio della nostra società. Giacché la bimba vive in questa società, ella ha bisogno di adeguarsi alla cultura dominante. Ella si appresta a crescere [in una nazione costituita da non] testimoni di Geova. […] non è salutare per questa bambina l’essere educata come una testimone di Geova.

E ancora:

Vivendo in una società occidentale, è parte integrante del benessere emotivo la capacità dell’individuo di adattarsi ad una specifica cultura […] Un’educazione cattolica permetterebbe alla bambina di adattarsi alla nostra società e di godere della libertà di cui godono i bambini cattolici in detta società, piuttosto che precluderle la possibilità e condizionarla definitivamente lasciandola crescere come una testimone di Geova.

In altre parole, secondo il dott. Levy, uno che si trovasse trapiantato (ad esempio per ragioni di lavoro) nella società occidentale non dovrebbe fare a meno di ‘adeguarsi alla cultura dominante’, convertendo i propri bambini alla religione cattolica, anche se magari è sempre stato un musulmano, un buddista o un sikh: con ogni evidenza, un preoccupante omaggio al conformismo e al rifiuto della diversità come occasione di crescita. Le idee del nazionalsocialismo germanico, allorquando toccava sentire, fra le motivazioni di una sentenza di affidamento del 1937, che ‘se i genitori, attraverso il loro esempio, insegnano ai figli una filosofia di vita che li pone in opposizione inconciliabile rispetto alle idee alle quali aderisce la stragrande maggioranza dei tedeschi, ciò costituisce un abuso del diritto di tutela[14] non sembrano lontane. Francamente è difficile bollare come meno che razziste le sortite di Levy e risulta imbarazzante anche la semplice idea di Bergman di utilizzarlo come fonte autorevole.

Peraltro questo non è l’unico luogo del libro dove vediamo celebrare la presunta superiorità del cattolicesimo, specialmente in chiave pedagogica. A pag. 99 si legge che ‘Una funzione storica importante attuata dalla Chiesa Cattolica Romana è stata l’istituzione dell’atto con cui il prete perdona i peccati. La ricerca ha dimostrato che questa cerimonia è fortemente funzionale nel ridurre il senso di colpa’. Corollario => testimoni di Geova, ebrei, islamici, indù, confuciani e voi tutti miliardi di altri individui che non avete la fortuna del ‘sacramento’ della confessione, tanto vale che vi rassegniate: sarete per sempre più soggetti dei cattolici a turbe psicologiche. Oltretutto Bergman dovrebbe rivedere la sua enfatica apologia dei metodi educativi di Santa Romana Chiesa, se è vero quanto afferma il sacerdote cattolico Sergio Colombo: “è sotto gli occhi di tutti: la confessione è in crisi” [15]

Bergman stigmatizza (pag. 106) l’uso strumentale che i Testimoni farebbero del timore del Diavolo e l’effetto che ciò procurerebbe al loro equilibrio mentale. Che effetto dovrebbe avere sui cattolici osservanti, allora, la dottrina dell’inferno di fuoco? Eccone una descrizione, che fino a pochi anni fa era desumibile anche nei libri di preghiere destinati ai bambini:

In questa terra il fuoco tormenta il corpo di fuori, ma non di dentro: nell’inferno il fuoco tormenta anche di dentro il dannato. […] Ogni dannato diventerà come una fornace di fuoco; sicchè gli brucerà il cuore entro il petto, le viscere entro del ventre, le cervella entro la testa, il sangue entro le vene, anche le midolla bruceranno entro le ossa. Che dite, peccatori, di questo fuoco? [16]

Illuminante è a proposito di questa dottrina quanto scrive il saggista cattolico Vittorio Messori:

“Non è lecito liberarsi del problema insinuando che i Testimoni prosperano perché farebbero leva sulla paura. È semmai il contrario: a differenza delle chiese ‘ufficiali’, negano l’esistenza di un inferno, predicando per malvagi e miscredenti l’annientamento, la scomparsa definitiva con la morte. Una prospettiva spiacevole, forse: ma certamente meno terrorizzante della minaccia di un’eternità di terribili pene”. [17]

 

bosch Il metodo (se ne esiste uno) che Bergman ha utilizzato per selezionare e riportare le esperienze di vita vissuta che dovrebbero avvalorare le sue conclusioni sfugge ad ogni comprensione.

Il cattolicesimo è in vari luoghi celebrato e presentato a modello

Imperversa il più inflessibile anonimato: mancando spesso le coordinate precise dei protagonisti (una singolarità inammissibile per quello che vorrebbe essere un saggio dimostrativo), il lettore non può fare altro che fidarsi di quanto ne riferisce l’autore. Per illustrare la ‘pericolosità della Società Torre di Guardia’ (così si dice a pag. 248) sono narrati, chissà perché, casi nei quali le vittime delle aggressioni erano dei testimoni di Geova (ad es. a pag. 252) mentre nulla viene detto dell’identità degli aggressori. Una scelta che probabilmente nasconde la volontà di trarre in inganno il lettore, inducendolo a sospettare dei Testimoni sulla sola base di una illogica (e infantile) associazione di idee.

A proposito di esperienze, il libro riporta ad un certo punto una vicenda tanto drammatica nei particolari quanto umoristico è l’uso che ne fa Bergman nel suo pressapochismo. Si parla di una ragazza massacrata a colpi di martello da un professore universitario. La torbida vicenda viene introdotta a pag. 254 in questo modo: “Altri episodi implicano avidità e crudeltà evidenti; in molti casi del genere le persone manifestano all’apparenza un sincero impegno nel credo geovista e nella relativa scala di valori. Eppure si riscontra, nella parte più recondita della vita di costoro, qualcosa di drammaticamente contrastante con il modello comportamentale geovista”. A parte l’implicita ammissione che queste azioni non rispecchiano “il modello comportamentale geovista”, ci aspettiamo naturalmente che il professore omicida fosse un testimone di Geova. La lettura rivela invece non solo che né lui né la ragazza assassinata erano Testimoni, ma i Testimoni non c’entrano proprio nulla; se non per il fatto che la ragazza (e neppure il professore, quindi) a un certo punto avrebbe conosciuto un coetaneo appartenente a tale religione. Che ovviamente è troppo poco; l’autore ricorre allora di nuovo alla tecnica del ‘dico / non dico’. A proposito della timidezza del professore annota che essa “derivava soprattutto dalla sua rigorosa educazione religiosa, impartitagli soprattutto dalla madre Eleanor, che descrive come ‘flemmatica, religiosa’ e tanto esigente da pretendere che il figlio fosse perfettamente pulito nonché scrupolosamente dedito agli studi e ‘soprattutto non distratto dal tipo di attività cui si dedicavano i suoi coetanei, educati in modo analogo’”. La madre, dunque, era testimone di Geova? Neanche per idea. L’autore ci spiega poco dopo dove vuole andare a parare: “In sintesi, la sua educazione fu simile a quella impartita ai giovani Testimoni” !! In definitiva: Bergman ci ha inflitto per quasi dieci pagine una storia nella quale né l’assassino, né l’assassinata, né nessun altro dei protagonisti diretti o indiretti è testimone di Geova e della quale riesce quindi completamente nebulosa la pertinenza rispetto alle sue tesi.

Questa deplorevole peculiarità (l’assenza di prove) soggiace anche alle asserzioni più gravi, che rasentano il falso ideologico. A pag. 181 si legge ad esempio:

“Dispongo di decine di altri casi nei miei archivi e so che molti altri episodi potrebbero essere narrati. Siccome il suicidio è l’oggetto delle nostre osservazioni e poiché esso si verifica due o tre volte fra I Testimoni rispetto alla media della popolazione, è opportuno entrare nel merito delle circostanze che concorrono al suicidio e della reazione geovista”.

Proclami come questo vengono sbattuti in faccia al lettore senza neppure l’ombra di un supporto statistico. Si può immaginare, per tale gratuita perentorietà, un scopo diverso dall’istigazione al pregiudizio? Sulle presunte cause scatenanti dei sucidi fra Testimoni enunciate da Bergman, ecco comunque il parere dello psichiatra Michelini:

“Particolarmente umoristico – se possibile, data la materia tanto delicata – è il capitolo sul suicidio, che viene descritto come collegato alla dissociazione dal gruppo religioso e ad eccessivi sensi di colpa, senza considerare (o sapere) che il senso di colpa è un sintomo depressivo come lo è il suicidio o il tentativo di suicidio”. [18]

A pag. 67 troviamo una tabella che consiste in un elenco di patologie riscontrate fra pazienti Testimoni. La riportiamo di seguito:

tab1-smQuesto inquietante casellario è un vero capolavoro di disinformazione, o meglio di ‘nessuna informazione’. Manca l’unico dato che vi avrebbe conferito una dignità statistica, ovvero la ratio rispetto al numero totale di testimoni di Geova della nazione. Letta così non significa assolutamente nulla: sarebbe come trovare strano che, su 100 ladri, 100 siano “anche” persone disoneste.

Le ‘acute’ osservazioni di Bergman sul suicidio

Diverso sarebbe evidentemente stimare la percentuale di ladri sulla popolazione, come diverso sarebbe cercare di capire su 100 o 1000 testimoni di Geova quanti soffrano di malattie mentali. Ma questo non interessa all’autore, preoccupato solo di snocciolare un elenco di malanni dai nomi impressionanti – dall’isteria alla paranoia, passando per l’infantilismo – nella solita economia della ‘diffidenza indotta’. Da notare che la tabella indicata non è di Bergman ma di un altro soggetto, tale Rylander, e risale addirittura al 1946: Bergman riconosce che lo studio è datato e i suoi esiti da prendere con le molle, eppure non si lascia sfuggire l’occasione di citarlo.

Nel mare magnum di informazioni riversate sulla pagina in modo dilettantesco e indiscriminato è fatale che ci si imbatta in varie contraddizioni. Prima della millesima reiterazione del concetto secondo cui l’Organizzazione di Geova suggestionerebbe i suoi adepti a furia di abili discorsi e letteratura assortita, capita di inciampare nelle seguenti dichiarazioni (pag. 117): “Molti Testimoni non leggono Svegliatevi! attentamente, e quelli che lo fanno può darsi che abbiano atteggiamenti diversi dal tipico Testimone. Questi lettori potrebbero anche essere meno soggetti ai gravi problemi che i Testimoni tendono a manifestare. In una ricerca sui Testimoni, scoprii che circa il 32% legge uno o due articoli da ogni rivista, il 13% legge la maggior parte degli articoli e meno del 4% legge tutta la rivista”. Dunque, secondo Bergman i testimoni di Geova sarebbero i primi a snobbare la Svegliatevi!: appena uno su 25 (il 4%) leggerebbe la rivista per intero; e per di più tale periodico edito dalla WTS (la stessa che cagionerebbe la pletora di ‘condizionamenti mentali’ di cui Bergman e altri amano ragionare), secondo lui sarebbe addirittura il ‘mezzo di salvezza’ per gli sprovveduti adepti. Pare che il ‘nostro’ abbia come minimo le idee confuse, visto che in un colpo solo incassiamo due autoreti: l’elogio involontario della rivista e la demolizione del ben noto teorema di una fruizione obbediente e totale, da parte dei testimoni di Geova, della ‘letteratura teocratica’…

Nel tentativo di scovare uno straccio di causa scatenante della tanto sponsorizzata pandemia di infermità mentali fra i testimoni di Geova, l’autore insiste (ad es. alle pagine 125-133) sull’idea secondo la quale la loro prassi richiederebbe un impegno emotivo ed un ritmo particolarmente intensi: insomma una religione ‘totalizzante’ con conseguente impatto sulla stabilità psichica dei suoi adepti. Fa uno strano effetto sentirlo dire da un tenace apologeta di una confessione di fede maggioritaria, il cattolicesimo. Lo psicanalista tedesco Eugen Drewermann, con riferimento alla vocazione sacerdotale cattolica e alla conseguente vita clericale, parla di “soffocante sistema coercitivo”, “estraniazione del sentimento personale”, “fissazione morale della personalità attraverso un sistema di giuramenti di fedeltà coattivi”, “distruzione o deformazione degli impulsi naturali” e di “inversione della finalità dell’obiettivo e del risultato causata dalla scissione tra coscienza e inconscio, tra volontà e motivazione”, e aggiunge quanto segue:

Alla luce della psicoanalisi e dell’antropoanalisi, l’elezione di un chierico è il risultato stratificato della compensazione di un disorientamento ontologico, che svuota e disgrega l’esistenza personale dell’individuo in modo così intenso e persistente da far sembrare che la propria identità sia assicurata solo nell’identificazione con un ruolo estraneo, nella fusione con il contenuto di un incarico oggettivamente dato. [19]

Di analogo tenore le considerazioni del prof. Arturo Carlo Jemolo, storico ed esperto di diritto ecclesiastico, il quale ebbe a scrivere in proposito:

Quante preoccupazioni per i seminaristi, per le novizie, per le giovani suore! Quanta preoccupazione per i digiuni, le veglie prolungate, i cilicii, persino la castità. La vita di quasi tutti i santi è cosparsa di tratti che nessun igienista approverebbe, le estasi, le visioni, non sono fattori di serenità e quiete dello spirito; di fronte a prodigi, d’individui stigmatizzati, di sudori di sangue […] il non credente darà spiegazioni; ma nessun uomo sensato pensa ad invocare il maresciallo dei carabinieri. [20]

Non sapremo mai se Bergman e il prefatore italiano del libro, lo psicologo Maurizio Antonello – membro dell’ARIS e morto suicida nel 2003 [21] – pensassero una cosa del genere; ma da quanto si legge in svariati ‘messaggi d’amore’ indirizzati ai testimoni di Geova, sembra che molti ex dissidenti sarebbero disposti ad invocare l’intervento non solo del maresciallo dei carabinieri, ma anche quello del boia.

UN IDONEO SUPPORTO TECNICO?

Questo articolo è stato redatto da testimoni di Geova, e chiunque è libero di metterne in dubbio l’obiettività. Ma anche vari esperti che non sono testimoni di Geova, chiamati a esprimersi su Bergman, sono stati ugualmente inclementi. Per citare due esempi, lo psichiatra Stefano Michelini ha definito il contenuto prevalente del libro ‘chiacchiere e illazioni’ e Richard Singelenberg, a proposito di una bibliografia critica della Watch Tower Society curata da Bergman, ha parlato di ‘giudizi infondati o incompleti’, di ‘irrilevanza da giornale scandalistico’ e di ‘sensazionalismo gratuito’.[22]

In definitiva The Mental Health of Jehovah’s Witnesses non solo è molto lontano dal possedere i crismi di un testo di qualche credibilità, ma, detto con franchezza, costituisce un fiasco su tutta la linea. Aspetto curioso della faccenda è che molti ex-tdG ne sono perfettamente consapevoli, eppure ne raccomandano ugualmente la lettura. Nulla di strano: la mentalità che muove determinati personaggi decisi a distruggere la rispettabilità dei testimoni di Geova sembra essere ‘l’importante è parlarne male’. Serietà vorrebbe che si scartasse del tutto una sorgente d’informazioni palesemente viziata da pregiudizio, ma è ovvio che la serietà abita da un’altra parte. L’attendibilità delle fonti non è un accessorio ‘di serie’ in questa macchina ammazzacattivi, né lo è l’onestà intellettuale. Le intenzioni sono le medesime che ritroviamo alla base di certo linguaggio che gestisce il fenomeno tdG con sufficienza ed un falso senso di pietà, trattandoli come ‘disadattati’ meritevoli di commiserazione; un frasario che si vorrebbe astuto[23] costituito di espressioni d’effetto quali ‘come aiutare i testimoni mentalmente plagiati’, ‘come gestire il trauma dell’uscita dalla setta’ e altri vaneggiamenti, ai quali per fortuna abboccano solo i polli.

Nella postfazione dell’opera Faraon, un avvocato che ai tempi era piuttosto noto nell’ambiente di corporazioni antisette quali il GRIS, l’ARIS e altre sigle sibilline, auspica (pag. 381) “che la lettura di questo libro possa dare un supporto ed un riferimento idoneo a giudici, consulenti tecnici, avvocati chiamati ad intervenire sul destino di persone, soprattutto di minori”. Un ‘supporto idoneo’ il libro di Bergman? Evidentemente per puro miracolo, se le premesse sono quelle che abbiamo qui registrato. Tanti auguri, dunque, e buona… non lettura.

COMMENTI ALL’ARTICOLO “THE MENTAL HEALTH OF JEOVAH’S WITNESSES” DI J.SPENCER

Non potremmo chiudere questa pagina senza dedicare almeno due parole a un altro studioso, John Spencer, e alla sua unica opera sul tema.

Lo ‘studio’ di Spencer: scarno, pressappochista, viziato da prevenzione

Dopo il libro di Bergman “I testimoni di Geova e la salute mentale”, si tratta dello ‘studio’ più noto sull’argomento. Virgolette d’obbligo: definire ‘studio’ questo articolo del 1975, che si può agevolmente trovare su Internet, risulta decisamente generoso, sia in ragione della sua brevità (fatta la tara ai vari ammennicoli, tre paginette scarse) sia soprattutto per una serie di carenze subito evidenti anche al lettore meno preparato.

Il tono dell’articolo rivela una prevenzione che si taglia col coltello, sin dall’incipit che recita: ‘molti di noi si sono sorpresi a manifestare un comportamento piuttosto impulsivo e scortese nel fare i conti con la pervicace insistenza dei membri della setta dei testimoni di Geova. La ferma convinzione con la quale essi non solo aderiscono al proprio credo ma accusano noi, fortuiti ascoltatori, è alquanto fastidiosa. Qualunque tentativo di confutarli con l’uso della logica si risolve spesso in un ulteriore monologo sul loro inflessibile sistema di credenze’.

Dalla scelta del materiale e delle citazioni (da Freud a Fromm, passando per l’immancabile, e francamente banale, richiamo all’oppio dei popoli marxiano) emerge la degnazione che Spencer riserva al sentimento religioso tout court, ravvisato per segno quasi indubitabile di debolezza di carattere, se non della sussistenza di turbe mentali.[24] Sotto quest’ottica dobbiamo evidentemente leggere certi commenti che altrimenti lascerebbero a bocca aperta; come quando parlando dei Testimoni afferma: ‘i termini ‘psicotico o ‘paranoide’ appaiono più appropriati. Risulterebbe interessante investigare e cercare di chiarire alcune di queste ipotesi con uno studio del disordine mentale fra i membri di questa – o di qualunque altra – setta religiosa estrema’.

Non possiamo esprimere certezze sul grado di conoscenza reale di Spencer dei testimoni di Geova, ma c’è da dubitare che sia particolarmente elevato. Il lavoro non brilla di sicuro per accuratezza. Spencer non si fa mancare nulla, da puerili errori ortografici (Charles TAGE Russell) ad annotazioni piene di fantasia (come si chiama l’agenzia ufficiale dei Testimoni? Sala del Regno!). In questo contesto di approssimazione generale capita di imbattersi (pag. 557) in un timido tentativo di analisi statistica, culminante nell’ineffabile tabella che è il ‘pezzo forte’ dell’articolo. La riportiamo di seguito:

tab2-smSecondo Spencer, il tasso di TdG ricoverati presso ospedali psichiatrici dell’Australia occidentale sarebbe del 4,17 per mille (si veda la cifra in alto a destra della tabella), contro il 2,54 per mille della popolazione australiana in generale, da cui la ventilata maggiore incidenza di malattie mentali fra Testimoni.

Le premesse numeriche di queste speculazioni risultano nebulose. Spencer ad esempio afferma che nell’Australia occidentale nel 1973 ci sarebbero stati all’incirca 4.000 testimoni di Geova. Inutile cercare documenti a sostegno di tale dato: l’articolo non ne indica alcuno. Come sempre in questo genere di ‘stime’, non ci viene fornito nessun insieme di dati oggettivi (nomi, cognomi, coordinate geografiche etc.) che permetterebbe di giungere a tale quota, né è precisato cosa s’intende esattamente per ‘Australia occidentale’. Per di più Spencer parte dall’apriorismo per cui un ricovero ospedaliero avverrebbe esclusivamente nella zona di residenza; altra premessa arbitraria è l’essersi basato sulle dichiarazioni dei ricoverati per stabilirne la confessione di fede (e non sappiamo proprio perché, ad esempio, uno schizofrenico che afferma di essere Testimone dovrebbe essere preso in parola). Benché non sia ragionevole in questa sede approfondire la questione, anche il riferimento al test statistico del “chi quadro” dimostra poca familiarità con tale strumento.

Praticamente unici conoscitori e supporters di questo ‘studio’ sono – è ovvio – gli ex-Testimoni dissidenti, i quali, Bergman in testa, malgrado le sue evidenti lacune l’hanno rispolverato da un vecchio numero del British Journal of Psychiatry per ovviare al numero drammaticamente prossimo allo zero di fonti citabili in favore del teorema ‘Testimoni di Geova malati mentali’. Ma ci sembra che, se il livello è questo, c’è davvero da dormire sonni tranquilli.

GIGANTI… SULLE SPALLE DI NANI

Riassumiamo i punti cardine del ragionamento, come amano fare i testimoni di Geova in conclusione dei loro discorsi pubblici:

non è stato mai prodotto alcuno studio serio che postuli e comprovi una marcata consistenza di malattie mentali fra i testimoni di Geova, come taluni oppositori si compiacciono di riportare;

la principale fonte citata dagli apostati a sostegno del predetto assioma, Jerry Bergman, è un ex-testimone di Geova la cui qualità di esperto di tale materia è largamente opinabile, e le cui analisi, espresse in concreto soprattutto nel libro “The Mental Health of Jehovah’s Witnesses”, sono suscettibili di una quantità di argomenti contrari, primo e più grave dei quali è la cronica mancanza di un adeguato apparato di prove documentali, come regolarmente annotato da vari professionisti;

risultano non altrimenti spiegabili che come indizi di opportunismo i tentativi da parte di ex-testimoni dissidenti e altri oppositori di citare a riferimento gli esiti di un’opera la cui efficacia sono essi stessi costretti a revocare in dubbio.

Il gigantismo dell’assioma (tdG malati mentali), in pericolante equilibrio sulle spalle di presupposti ‘nani’ come quelli che si sono qui illustrati, precipita rovinosamente al suolo, denunciando, nel disintegrarsi, le miserevoli intenzioni di pregiudizio di chi lo produce. Resta incomprensibile solo l’ostinazione di dedicarsi ad attività di critica che rivelano con tale immediatezza la propria natura di gioco arido e puerile.

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Vai all’Appendice: Alcune opinioni su Jerry Bergman e le sue opere sui testimoni di Geova

Vai all’Appendice: Commento e sintesi dell’articolo “Lo studio dei nuovi movimenti religiosi con particolare attenzione alla salute mentale dei Testimoni di Geova” apparso su un periodico specialistico norvegese

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NOTE IN CALCE:

[0]L’uso, nelle citazioni, del grassetto, corsivo e sottolineato è degli autori del presente articolo e assente dai testi originali. Le traduzioni in italiano delle fonti, quando non altrimenti disponibili, sono state curate dagli autori del presente articolo. [Torna all’articolo]

[1] Per un elenco parziale si veda questa pagina. [Torna all’articolo]

[2] Per il contributo dato a questa materia da altri personaggi cui a volte si fa riferimento (se possibile ancora meno rilevanti di Bergman), quali Rylander e von Janner, si faccia riferimento all’Appendice: “Commento e sintesi dell’articolo “Lo studio dei nuovi movimenti religiosi con particolare attenzione alla salute mentale dei Testimoni di Geova” Apparso su un periodico specialistico norvegese”. [Torna all’articolo]

[3] Si veda www.christiananswers.net e www.answersingenesis.org. [Torna all’articolo]

[4] A questo link un articolo sull’attendibilità dei fuoriusciti dai gruppi religiosi, con riferimenti specifici ai testimoni di Geova. [Torna all’articolo]

[5] The History of Credibility Attacks against former Cult Members, dagli atti del convegno Systematic abuse in cults: testimonies and evidence (Varsavia 2011), pag. 4. [Torna all’articolo]

[6] ibid., pag. 9. [Torna all’articolo]

[7] M.Rand, Schizophrenia and Jehovah’s Witnesses, Walden University, USA 2012, pag. 10. Nel commentare l’elenco di fattori che secondo Bergman sarebbero alla base dell’instabilità mentale dei Testimoni (come i cambiamenti dottrinali o i presunti divieti) Rand fa notare che “non sono mai stati provati da un punto di vista scientifico” (ibidem). [Torna all’articolo]

[8] A questo link il testo della sentenza. [Torna all’articolo]

[9] Il testo integrale della sentenza, che ribaltò le decisioni di primo grado perché “impropriamente basate sulle credenze religiose di Jennifer Pater” (la madre testimone), si può leggere a questo link.

Si veda anche l’articolo dell’avvocato Carolyn Wah Jehovah’s Witnesses and the responsibility of religious freedom: the European experience, dal Journal of Church and State, 22 giugno 2001, Nella sezione III. Jehovah’s Witnesses and child custody cases (pag. 8 della versione elettronica) si citano numerosi esempi di cause di affidamento tenute in vari paesi nelle quali la Corte diede ragione al coniuge Testimone. Ecco le dichiarazioni del giudice Scarman in una sentenza inglese del 1981: “Viviamo in una società tollerante. Non c’è alcuna ragione per la quale la madre non dovrebbe insegnare le credenze e le pratiche dei testimoni di Geova. È riconosciuto che non v’è nulla di immorale o di socialmente riprovevole nelle credenze e pratiche di questa setta”. E così si espresse nella stessa occasione il giudice Stamp: “Molte famiglie crescono i propri figli come testimoni di Geova e questi ultimi diventano rispettabili membri della comunità, sebbene sotto certi aspetti siano isolati da altri bambini. Sono differenti, ma lo stesso si potrebbe dire di presbiteriani, cattolici e, di fatto, di qualsiasi altra fede religiosa”. (ibidem, pag. 9 § 4).

Quanto all’Italia, citiamo due esempi per tutti: una perizia utilizzata nel corso di una sentenza del 1991 osservava che entrambi i genitori (compreso l’unico testimone di Geova) ‘sanno essere figure parentali positive’ e ‘si rapportano ai bambini in modo adeguato’ (Tribunale civile e penale di Padova, II sez. civile, 4 gennaio 1991, n.752); un’altra sentenza, dello stesso anno, attesta che il genitore Testimone ha con la figlia un rapporto ‘da ritenere sereno ed equilibrato’ (Tribunale di Ferrara, sez. civile, 26 giugno 1991, n.648). [Torna all’articolo]

[10] Ovviamente, specie nel passato meno recente, non sono mancate sentenze di affidamento sfavorevoli a genitori testimoni di Geova. Commentando due casi di questo genere (uno olandese e uno tedesco), il prof. Richard Singelenberg, pur attribuendone in parte la colpa a certi atteggiamenti dell’Organizzazione dei testimoni di Geova, ha osservato: “L’analisi di due controversie giudiziarie incentrate sulla custodia dei figli fra membri di questo movimento indica che il fraintendimento dei loro principi religiosi, il prendere in considerazione asserzioni pseudoscientifiche e l’enfatizzare le prese di posizione ideologiche piuttosto delle circostanze individuali può influenzare le decisioni dei giudici”. R.Singelenberg, Stigmas and Stereotypes: Child Custody Decisions and Jehovah’s Witness Parenthood, in Religion, Staat, Gesellschaft, vol 1, pp. 41-59 (2000). [Torna all’articolo]

[11] H.Montague, The Pessimistic Sect’s Influence on the Mental Health of its Members: the Case of Jehovah’s Witnesses, Social Compass, 1977/1, vol. XXIV, pag. 139.

Queste sono solo due citazioni dal ‘saggio’ di Montague che alcuni oppositori ripropongono a tambur battente. Evitano accuratamente, invece, di riportare le numerose facezie che vi si trovano (come al solito totalmente destituite di supporto documentale) dato che il farvi riferimento annullerebbe la valenza dell’intero articolo. Ad esempio: “questo disprezzo della vita a motivo della credenza per cui ‘se obbedisco alla legge di Dio sarò risorto comunque’ potrebbe anche spiegare l’elevato tasso di omicidi fra testimoni di Geova” (pag. 137, ma questa follia è variamente reiterata, ad esempio a pag. 145 e 146); “normalmente non ricercano un aiuto medico per la preoccupazione di ‘recare biasimo sull’organizzazione di Geova’” (pag. 139); “un altro ospedale psichiatrico è anche soprannominato ‘la casa Torre di Guardia’ perché ha un sacco di pazienti Testimoni” (pag. 140); “[Fra i Testimoni] c’è un discreto numero di chiropratici” e “pochissime persone intelligenti o istruite si uniscono ai testimoni di Geova, e i pochi che rimangono coinvolti coi Testimoni generalmente non vi rimangono. È difficile per una persona dinamica, intelligente, consapevole rimanere Testimone” (pag. 141); “una quantità di funzionari illustri della Watch Tower è diventata mentalmente malata in modo grave, inclusi diversi servitori di filiale, molti membri dell’ex-staff legale e anche diversi membri del consiglio di amministrazione” (pag.143); “negli ultimi 20 anni, in molte congregazioni, se venivano commessi certi peccati – specialmente peccati di natura sessuale – la disassociazione era automatica, indipendentemente dall’attitudine del peccatore” (pag. 145); “I testimoni di Geova sono reclutati fra i ceti socio-economici più bassi della comunità e tendono ad alienare con decisione e spesso a cacciare via dal movimento i membri più intelligenti ed eruditi” (pag. 146). [Torna all’articolo]

[12] I nomi di celebri narratori di fantasia del passato quali Mark Twain, Stendhal, Lewis Carroll, George Eliot, George Orwell, Joseph Conrad e molti altri erano in realtà degli pseudonimi: forse dovremmo deciderci a iscrivere Bergman nella stessa categoria. [Torna all’articolo]

[13] L’indicazione delle pagine si riferisce all’edizione italiana del libro (Edizioni Dehoniane, Roma 1996). [Torna all’articolo]

[14] Corte distrettuale di Waldenberg, Silesia, 2 novembre 1937, VIII, 195 – Tratto dal ‘Deutsche Justiz’, bollettino ufficiale del Dipartimento di Giustizia Tedesco, Berlino, 26 novembre 1937. [Torna all’articolo]

[15] La Rivista del clero italiano, anno LXXVII, n.5 di maggio 1996, pagg. 338-352. [Torna all’articolo]

[16] Il brano è tratto da un antico testo (1824) del vescovo napoletano Alfonso Maria de’ Liguori,
Via della Salute – Meditazioni per acquistare la salute eterna, ma è stato ripreso numerose volte in pubblicazioni destinate all’insegnamento e alla preghiera, ad esempio lo si ritrova in Ricordo prima comunione, Pia Società San Paolo, Alba-Roma-Catania 1940. [Torna all’articolo]

[17] Scommessa sulla morte, SEI, Torino 1982, pagg. 244-245. [Torna all’articolo]

[18] Periodico L’incontro, settembre 1999 – si veda anche l’Appendice: “Alcune opinioni su Jerry Bergman e le sue opere sui testimoni di Geova”.

Per amore del discorso supponiamo che le stime del Bergman (tasso suicidi fra TdG tre volte superiore alla normalità) rispondano al vero e tentiamo di applicarle alla realtà italiana. Secondo dati OMS, nel 2000 circa un milione di persone si è suicidata. In quell’anno la popolazione mondiale era di 6 miliardi e 70 milioni di persone. Abbiamo quindi un tasso di suicidi (includendo i soli tentativi riusciti) dello 0,016%. Supponendo che l’incidenza dei suicidi fra i TdG sia di tre volte superiore la relativa percentuale sale allo 0,05%. Rapportando i calcoli al 2013 (circa 8 mln di testimoni di Geova nel mondo, 247.000 in Italia), significherebbe che ogni anno 4.000 testimoni di Geova nel mondo si toglierebbero la vita, dei quali 124 in Italia. Dividendo 247.000 per 124 otteniamo una cifra vicina alle 2.000 unità, che costituisce una stima per eccesso delle dimensioni di una circoscrizione di Testimoni (una suddivisione geografica convenzionale effettuata per quartieri cittadini). Si dovrebbe quindi avere notizia, in ciascuna circoscrizione del nostro paese, grossomodo di un suicidio all’anno: conclusione davvero fuori d’ogni logica e verosimiglianza. [Torna all’articolo]

[19] Citazioni (a cura di Luigi De Paoli) dal libro I FUNZIONARI DI DIO, ed. Raetia, Bolzano 1995. Eugen Drewermann, teologo, psicanalista e psicoterapeuta. [Torna all’articolo]

[20] A.C.Jemolo, Le libertà garantite dagli artt. 8, 19 e 21 della Costituzione, in
Il diritto ecclesiastico, gennaio-marzo 1952, p.423-424. [Torna all’articolo]

[21] La triste circostanza presenta singolari analogie con il caso di un’altra studiosa di nuove religioni, la celebre antropologa Cecilia Gatto Trocchi (1939-2005), anch’essa nota per alcune posizioni critiche nei riguardi dei testimoni di Geova e anch’essa suicida. Tanto più singolari se si pensa alla tesi, spesso prospettata in tali ambienti anti sette ma rimasta incompiuta, secondo cui proprio l’affiliazione ai testimoni di Geova avrebbe qualcosa a che vedere con il manifestarsi di tendenze suicide. L’atto di togliersi la vita è ovviamente un fenomeno di ardua comprensione, rispetto al quale si può solo reagire con un moto di pietà. L’ARIS è l’Associazione per la Ricerca e l’Informazione sulle Sette. [Torna all’articolo]

[22] Si veda l’Appendice: “Alcune opinioni su Jerry Bergman e le sue opere sui testimoni di Geova”. [Torna all’articolo]

[23] Bergman non fa eccezione. Una ‘perla’ per tutte (pag.342): “Per aiutare una persona a guarire dal trauma della propria fuoriuscita bisogna essere estremamente pazienti e tolleranti, e pensare che l’ex-Testimone è simile a chi è reduce da una seria malattia. La convalescenza può essere molto difficile e talvolta durare anni”. È il caso di segnalare anche le valutazioni di fanta-matematica che seguono: “Per fare una stima del periodo di tempo impiegato per ottenere una vera guarigione (o ciò che si potrà fare in questo senso durante la propria vita, perché probabilmente non si riesce mai a ristabilirsi del tutto), raddoppiate il numero degli anni che una persona ha passato tra i Testimoni come membro attivo e poi estraete la radice quadrata di tale prodotto. Esempio: se uno è stato Testimone per otto anni, il tempo di riabilitazione o assestamento sarà di circa quattro anni (calcolare in questo modo: 2×8=16; radice quadrata di 16=4). Se uno è stato fra i Testimoni trentadue anni, l’intervallo sarà di otto anni”.

Per i lettori non a digiuno di algebra, questa è la formula proposta:

equazioneProvate a fare il calcolo per  tpermanenza=½ (metà anno) e otterrete ovviamente zero. Conviene farsi disassociare sei mesi dopo il battesimo: la ‘guarigione’ è istantanea! La creatività di Bergman davvero non ha limiti, e liberiamo volentieri una sonora risata. [Torna all’articolo]

[24] Per fortuna questo pressapochismo ha decisamente fatto il suo tempo nell’entourage accademico, se mai ha avuto un vero momento di popolarità. Sono stati pubblicati studi che, al contrario, identificano nella spiritualità un punto di forza psicologico. Come afferma uno degli ideatori di un saggio realizzato nell’Università del Missouri, “La salute mentale delle persone ricoverate per diverse condizioni mediche, come per esempio cancro, ictus, lesioni del midollo spinale e trauma cranico, sembra essere correlata in modo significativo e in positivo a credenze spirituali e, soprattutto, al supporto e interventi spirituali della congregazione. Le credenze spirituali possono essere un meccanismo di coping per aiutare le persone a gestire lo stress emotivo” (all’edizione elettronica de La Stampa, 28/08/2012). Naturalmente, i possibili effetti di beneficio psichico della fede non hanno valore motivazionale per i testimoni di Geova. [Torna all’articolo]

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