Testimoni di Geova e l’università: il discorso di Gerrit Lösch

Appendice: il discorso di Gerrit Lösch

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L’AVVENIMENTO.
Ingigantito dall’inevitabile passaparola internautico, ha destato un certo scalpore un vecchio discorso (2005) pronunciato in lingua italiana da Gerrit Lösch, membro del corpo direttivo dei testimoni di Geova, in occasione di una speciale assemblea tenuta nello Stadio Brianteo di Monza. E’ noto che la comunicazione audiovisiva possiede un potenziale di persuasione mediamente superiore a quello della pagina scritta; era quindi impensabile che gli oppositori si lasciassero sfuggire la ghiotta occasione di pubblicare su Internet un frammento di detto discorso, abilmente ritagliato da una conferenza di quasi tre ore in modo da risaltarne la parte ‘topica’, laddove cioè il fratello Lösch si esprimeva in modo sfavorevole sul tema dell’istruzione universitaria.

Ipotizzare che pochi minuti di audio pescati sul Web siano sufficienti a smontare l’intero castello di annotazioni esposte qui, come è avvenuto (sulla scia di quell’atteggiamento di ostinato rifiuto delle contro-argomentazioni cui purtroppo gli ‘apostati’ ci hanno abituato), si situa francamente a metà strada fra il chimerico ed il puerile. In teoria si potrebbe benissimo replicare all’esibizione di tale brano registrato limitandosi ad invitare alla lettura di quanto si è detto finora, invertendo così il senso del ‘botta e risposta’ rispetto alla direzione di comodo imposta dai detrattori; ma ci guarderemo bene dal farlo, entrando puntualmente nel merito del brano ‘sotto accusa’ per provare ancora una volta con quale genere di polemiche strumentali e pretestuose i testimoni di Geova abbiano per lo più a che fare.

Dopo avere ascoltato tale frammento (ovvero dopo averne letto la trascrizione) si fatica alquanto a comprendere i motivi di tale clamore, dato che, come si vedrà, le questioni enunciate da Lösch non rappresentano proprio niente di nuovo rispetto a quanto abbondantemente indicato nelle pubblicazioni della stessa Società, e quindi rispetto a quanto si è già discusso in quest’articolo.

IL CONTESTO.
Prima però è il caso di sottolineare un aspetto tutt’altro che irrilevante: quelle che i matematici chiamano le ‘condizioni al contorno’. Probabilmente pochi sanno – o ricordano, e soprattutto pochissimi, per ovvie ragioni di calcolo, amano ricordare – che non si trattava di un’assemblea ufficiale, ma di una adunanza eccezionale in cui si è voluto invitare un membro del corpo direttivo a pronunciare un discorso. La precisazione è sostanziale: il discorso ‘incriminato’ si è tenuto a Monza, il 22 maggio 2005, e solo ed esclusivamente in quella occasione; non è stato mai riprodotto su qualche rivista in forma di articolo di studio, come accade sovente per i discorsi dei grandi raduni organizzati; non è stato considerato come materiale a nessuna assemblea di distretto o di circoscrizione precedente, né successiva; non è stato tradotto in altre lingue per iniziativa dell’Organizzazione, il che significa che non è stato mai esposto se non nel simpatico e un pò stentato italiano del fratello Lösch. E quindi, verosimilmente: fatta salva la diffusione internettiana, i testimoni di Geova messicani o giapponesi, come quelli nigeriani o dell’isola di Sant’Elena, non hanno mai avuto alcuna occasione di recepirne il contenuto, per il semplice motivo che non si è creduto necessario estenderlo a tutti i testimoni di Geova del pianeta, come avviene invece per il ‘cibo spirituale a suo tempo’ pubblicato sulle pagine della Torre di Guardia.

La Torre di Guardia, come ripetutamente dichiarato dalla stessa Organizzazione, rappresenta L’”organo ufficiale dei testimoni di Geova; ed è quindi solo lì che i testimoni di Geova si aspettano di trovare una esposizione chiara, organica e inoppugnabile del proprio credo (in senso lato). Ciò tuttavia non ha impedito agli umili redattori della stessa rivista di precisare a chiare lettere come quanto in essa scritta non debba essere considerato impeccabile:

La Torre di Guardia non pretende di essere ispirata nelle sue affermazioni, né è dommatica. (Torre di Guardia del 1/9/1951, pag 270)

I fratelli che preparano queste pubblicazioni non sono infallibili […] I loro scritti non sono ispirati. (Torre di Guardia del 15/8/1981, pag. 19)

Se queste franche ammissioni sono applicabili all’ ‘organo ufficiale’ dei testimoni di Geova, si può facilmente immaginare quanto lo sarebbero a dichiarazioni riportate fuori contesto, rese in origine nel corso di un evento straordinario e del tutto circostanziato.

Tale premessa non può né vuole minimizzare il valore del famoso discorso, ma concorre a rimarcare quanto la Società puntualizza regolarmente, ovvero che l’insegnamento dei discorsi pubblici è fortemente legato a tempi e luoghi nei quali viene impartito. Probabilmente anche nel meeting di Monza si è deciso di includere un breve passaggio riferito all’istruzione superiore perché ritenuto confacente ai ‘bisogni locali’; nessuna meraviglia, del resto, essendo relativamente elevato il tasso di testimoni di Geova dell’Italia settentrionale iscritti all’università. Ma si può pensare ad una validità incondizionata delle medesime informazioni, come se queste fossero invarianti rispetto alla cornice spaziotemporale? La Società risponde:

Dato che spesso i discorsi vengono pronunciati tenendo conto dei bisogni locali, sarebbe facile fraintendere certi punti di un discorso registrato che viene fatto circolare, in quanto non conosciamo le circostanze in cui e stato pronunciato. Inoltre sarebbe molto difficile verificare chi ha pronunciato il discorso e quando, così da essere certi che le informazioni presentate siano accurate e aggiornate. (Il Ministero del Regno di aprile 2010, pag. 3)

Altra variabile che ha il suo peso nel condizionare i contenuti di un discorso pubblico è costituita, fatalmente, dal background culturale dell’oratore. Di sicuro una perentoria dichiarazione come questa, tratta dal discorso di Lösch:

“Ripetutamente ho sentito di esperienze di individui che stavano per completare gli studi presso una università quando poi hanno smesso perché hanno appreso la verità. Altri individui battezzati hanno rifiutato borse di studio. Voi che farete? Quale decisione prenderete? Perseguite l’istruzione universitaria o no? Dovrete rispondere a Geova. Vogliamo lodare tutti coloro, nell’uditorio, che hanno smesso di frequentare l’università quando sono venuti nella verità e tutti coloro che, dopo aver ascoltato questo discorso, faranno la stessa cosa”.

risulterebbe meno grossolana di quanto possa apparire sulle prime, se confrontata con le inquietanti notizie che provengono quotidianamente dai college americani (ai quali l’oratore può aver pensato nell’approntare il canovaccio del suo discorso). Qualche esempio:

“Gli studenti dei college americani ospitati nei dormitori misti fanno più sesso, guardano più film porno e bevono di più dei loro colleghi ospitati nei dormitori divisi per sesso”. Asylum Italia, 25 novembre 2009.

“Gli studenti del college considerano il sesso come un normale comportamento legato al proprio ambiente. Dopo che alcuni ricercatori della Pennsylvania State University hanno condotto dei focus group con degli universitari, sono stati quasi tutti concordi che la maggioranza degli studenti del college (dall’80 al 90 %, secondo la loro stima) è sessualmente attiva e che l’uso di alcol e droga rendono più facile l’ attività sessuale.Gli studenti del college che praticano ilbinge drinking o partecipano a giochi che includono il bere alcol […] aumentano la probabilità di mettere in atto un comportamento sessuale a rischio. Sia uomini che donne riferiscono di aver subito abusi sessuali dopo tale genere di giochi, incluso il fatto che qualcuno abbia fatto sesso con loro mentre erano troppo ubriachi per dare il proprio consenso”. – Dianne Hales, An invitation to Health, Brief, 2010-2011 Edition, Wadsworth, Cengage Learning, pag. 192.

“Le università americane parlano un nuovo linguaggio e, soprattutto, lo scrivono. Si sono messe a pubblicare, talvolta finanziandole, riviste pornografiche redatte e dirette dagli stessi studenti. E’ un fenomeno nato di recente e si estende a macchia d’olio. Pubblicazioni di questo genere sono diventate un trend in crescita, quasi un business: Harvard, Yale, Boston University, Vassar, Columbia, University of Chicago, Stanford e Ucla hanno imitato Hugh Hefner e il suo Playboy”. – Da un articolo di Sarah Ostinelli de La Repubblica, edizione elettronica, 01 aprile 2008.

Da notare come il progressivo abbandono, nelle università americane, di valori un tempo tenuti in grande stima abbia creato un certo allarme anche negli ambienti cattolici:

“[Esiste] il pericolo che le scuole cattoliche accolgano personaggi di rilievo che si oppongono pubblicamente ai fondamentali principi morali della Chiesa. […] Ci sono esempi recenti di persone che sputavano il loro veleno sui campus cattolici, ad esempio Kate Michelman del NARAL al Boston College, la presidentessa della National Organization for Women Kim Gandy alla Loyola University di New Orleans, il pornografo Larry Flynt alla Georgetown University, la femminista radicale Gloria Steinem alla Fairfield University e i ricercatori sulla clonazione umana e sulle cellule staminali embrionali all’Assumption College e al College of the Holy Cross.[…] Come sono arrivati i leader dei college cattolici a trascurare così facilmente il sostegno pubblico degli oratori all’aborto, all’attività o al ‘matrimonio’ omosessuale, alla sperimentazione sui feti, al suicidio assistito e a molti altri gravi problemi?”– agenzia Zenit del 17/09/2004, La cultura della morte nei college cattolici degli Stati Uniti.

Sembra dunque, come già osservato, che i timori di un pervertimento morale del clima universitario non siano proprio immotivati e ad ogni modo che non rappresentino una prerogativa di Losch o del Corpo Direttivo. E infine una domanda: gli opportunisti ‘aficionados’ di questo discorso non dovrebbero per coerente onestà attribuire pari valore ad altre dichiarazioni (evidentemente meno ‘convenienti’) registrate durante le adunanze e le assemblee? Poche settimane prima della stesura di questa appendice, per esempio, un sorvegliante di circoscrizione ha intervistato, durante un’assemblea speciale di un giorno tenuta nel Sud dell’Italia, un giovane pioniere regolare iscritto alla facoltà di Legge. L’interessato non ha espresso la minima intenzione di abbandonare gli studi e si è anzi detto desideroso che il suo futuro titolo di studio gli permetta di conseguire mete spirituali. In una precedente assemblea di distretto, sempre in Italia, era stata addirittura inscenata un’esperienza avuta da una giovane universitaria la quale, al termine di un esame superato col massimo dei voti, aveva fatto pubblicità della propria fede di testimone di Geova al presidente della commissione. Sarebbe troppo pretendere uno sforzo di obiettività da parte degli apostati, i quali naturalmente si guardano bene dal diffondere sul Web testimonianze di questo tenore, ma almeno che si abbia il pudore di tacere, invece di prodigarsi in attacchi mediatici goffi e inconsulti: il silenzio è d’oro.

IL CONTENUTO.
Ma fingiamo di ignorare tali dati di fatto e prendiamo in esame altri passaggi ‘scottanti’ del discorso.

“Se frequentate l’università o meno potrebbe essere un riflesso della vostra fede (o mancanza della vostra fede) e indicare se avete veramente in mente la prossimità della grande tribolazione. Un fatto rimane indiscusso: ‘il tempo rimasto è ridotto’, come disse Paolo [in] 1 Corinti 7:29. […] Se state attualmente frequentando l’università, perché non riflettete in preghiera di smettere e di fare qualcosa di meglio? […] Potremmo paragonarci ad una persona che vede un edificio con un cartello: “Questa ditta chiude per cessata attività”. Andreste a cercare lavoro lì? Naturalmente, no! E se lavorassimo per tale ditta cercheremmo, saggiamente, lavoro altrove. Ebbene, su tutte le istituzioni di questo mondo è evidente il cartello: “Imminente cessazione delle attività. La fine è vicina”. Sì, il mondo passa, ci assicura la Bibbia, perciò, saggiamente, non adotteremo come modelli di comportamento i personaggi che ne sono parte integrante”.

Dovrebbe sconvolgere il fatto che i giovani testimoni di Geova siano incoraggiati a rinunciare all’università per “fare qualcosa di meglio”? Per quale oscuro motivo? Pura lana caprina. La storia di tutte le arti e le scienze umane ci racconta di innumerevoli casi di personaggi che abbandonarono professioni e carriere di sicuro avvenire per dedicarsi, spesso a costo di gravi sacrifici economici, a qualcosa che ‘ritenevano meglio’. Immaginiamo comicamente gli “apostati” nell’atto di alzare l’indice accusatore, arricciando magari il naso in una smorfia di disapprovazione, all’indirizzo di Lev Tolstoj, l’immenso romanziere russo autore di Anna Karenina e Guerra e Pace, che abbandonò gli studi di giurisprudenza per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura, o del compositore francese Hector Berlioz, che lasciò i banchi della prestigiosa facoltà parigina di medicina in favore della musica, la sua vera vocazione, sebbene ciò gli costasse un definitivo anatema paterno. Apprendiamo che Flaubert, Schumann e Ludovico Ariosto furono avvocati mancati e che Emile Zola non riuscì nemmeno a superare l’esame di maturità, e forse dovremmo scandalizzarci nel constatare come Galileo Galilei si iscrivesse a medicina senza arrivare alla laurea o come il grande inventore americano Thomas Alva Edison non intraprendesse mai degli studi regolari. Anche la storia missionaria della Chiesa Cattolica largheggia di esempi del genere, dal diplomatico siciliano Pietro Geremia, che interruppe gli studi di diritto a pochi esami dalla laurea per assecondare la propria vocazione di frate domenicano, al gesuita Matteo Ricci, cui si deve di fatto la rifondazione cattolica in Cina, che lasciò la celebre ‘Sapienza’ di Roma a due anni dall’inizio degli studi: anche costoro, verosimilmente dopo aver ‘riflettuto in preghiera’, avranno pensato bene di ‘smettere l’università per fare qualcosa di meglio’. Non si contano poi gli attori del cinema, i personaggi televisivi e i cantanti pop che hanno disertato gli atenei per ‘seguire la loro stella’, anche se la maggioranza dei sociologi dubiterebbe alquanto che lo scrivere canzoni o l’interpretare film commerciali risulti di qualche beneficio per la comunità.
personaggiTutti questi, spesso dietro la spinta di persone amiche assurte al rango di ‘maestri di vita’, hanno dato l’addio all’università, o non l’hanno mai intrapresa, perché convinti di ‘fare qualcosa di meglio’, senza che a nessuno verrebbe in mente di tacciarli di condizionamento mentale o di aver preso una decisione sconsiderata. Per i nostri fratelli avviene invece proprio questo, ma si sa, nulla e’ concesso ai testimoni di Geova: come direbbe Antoine nella famosa canzone, ‘belli o brutti’ che siano troveranno sempre qualcuno pronto a bersagliarli di ‘pietre’. Come sempre manca in certa ‘critica’, che vanta il ‘rodaggio’ di una lunga appartenenza a tale organizzazione, anche l’ombra di una qualche onestà intellettuale, dato che pur conoscendo perfettamente ideali e aspirazioni dei testimoni di Geova tentano di celare un presupposto tanto ovvio quanto necessario: i concetti di ‘buono’ e di ‘migliore’ non sono valori oggettivi, ma semplici posizioni individuali maturate alla luce delle rispettive esperienze di vita, fra le quali il credo religioso riveste un ruolo di primo piano. Si è già ricordato come sia convinzione di questo gruppo che l’attuale sistema di cose umano sia destinato a finire e che la terra abitata finisca entro un breve tempo sotto il controllo assoluto dell’Iddio onnipotente. Tale punto principale non può non impattare sulle loro convinzioni in merito al miglior modo di impiegare ciò che resta della propria esistenza. Non ha quindi alcun senso avventurarsi in un giudizio del punto di vista dei testimoni di Geova sul proseguimento degli studi; ne avrebbe se mai l’interrogarsi sul fondamento biblico della loro escatologia, visto che è da quest’ultima che tale orientamento esistenziale, come del resto tutti gli altri, prende le mosse.

“Adesso avete sentito il consiglio. Cosa farete ora? Rifiuterete o meno?”

Nelle trascrizioni dei denigratori il termine chiave di questo passaggio è spesso virgolettato: “consiglio”. Si tratta di un mezzuccio piuttosto comune negli scritti degli ex-testimoni di Geova. Il truffaldino ricorso agli apici serve, all’occorrenza:

– a mettere in guardia i fruitori occasionali dall’uso di termini specifici della nostra realtà, come se celassero un codice sibillino che debba ingenerare un automatico sospetto. Ad esempio: in congregazione non ci sono gli anziani, il sorvegliante, etc., ma gli “anziani” e il “sorvegliante”, quasi si stesse parlando dell’ordinamento gerarchico vigente in una consorteria clandestina di frammassoni.

Oppure:

– a ridimensionare l’effetto di termini con connotazione positiva, come nel caso di qualifiche professionali le quali, prese correttamente alla lettera, finirebbero per attribuire a stimati tdG un’autorevolezza evidentemente sgradita. Un esempio classico riguarda il secondo presidente della Società Torre di Guardia: quando si parla del “giudice” Rutherford (con le virgolette), si vuole probabilmente indurre a credere ad una appropriazione abusiva, quasi da ciarlatano, di tale titolo, laddove è documentato che Rutherford prestò effettivamente servizio come magistrato nel Missouri (VIII circoscrizione giudiziaria).

O ancora, come in questo caso:

– a sottolineare un presunto significato ‘altro’ che il referente, forse persuaso di essere in possesso di capacità telepatiche, ritiene di leggere fra le righe della citazione che riporta.

Qui l’espediente delle “virgolette” voleva verosimilmente lasciar pensare che il ‘consiglio’ nascondesse qualcosa di molto simile ad una velata minaccia. E invece, che piaccia o no, quello di Lösch non rappresenta niente di più di quello che appare alla prima lettura, ossia un innocuo suggerimento. La migliore riprova, come si è detto, è costituita dal grado di aderenza al medesimo: un numero importante di testimoni di Geova decide di intraprendere gli studi universitari, senza essere per questo additati come ‘disubbidienti alla direttiva’.

Il concetto di ‘consiglio’ per i testimoni di Geova non ha accezione differente di quella che rivestirebbe in un qualsiasi altro ambiente, ovvero di una mera indicazione che appare a chi la fornisce preferibile rispetto alle proprie alternative, ma alla quale non si può attribuire un valore assoluto, e, soprattutto, la cui eventuale inosservanza non comporta sanzioni di sorta. Per completezza si può citare il seguente esempio: le pubblicazioni della Società hanno a volte incoraggiato l’idea che una donna sposata, se non strettamente obbligata da necessità finanziare, farebbe meglio a dedicarsi a tempo pieno alla famiglia invece di lavorare fuori casa (si vedano ad es. gli articoli di Svegliatevi! dell’8/6/1981 a pagina 16 e dell’8/4/2002 a pagina 5); eppure è noto che centinaia di migliaia di mogli e madri testimoni di Geova disattendono tale invito – senza essere per questo minimamente sanzionate – affiancando alle proprie mansioni di casalinghe un lavoro esterno.

“Alcuni giustificano [il] frequentare l’università citando l’esempio dei figli di anziani che stanno [frequentando], o hanno frequentato, l’università. Noi non possiamo e non vogliamo dirvi cosa fare. Voi e i vostri genitori dovete prendere la decisione. Noi non siamo i signori sulla vostra fede. Comunque, lo Schiavo Fedele e Discreto è responsabile di mettere in guardia contro i pericoli spirituali e di incoraggiare a mettere gli interessi del regno al primo posto. Quindi lo Schiavo scoraggia [il] frequentare l’università per un lungo periodo di tempo”.

Ancora niente di nuovo sotto il sole; il fratello Lösch, oltre ad ammettere che ‘figli di anziani’ frequentano l’università, non fa che ribadire i due cardini del discorso: la posizione sull’opportunità di seguire studi universitari (“lo Schiavo scoraggia [né più, né meno] il frequentare l’università per un lungo periodo di tempo”) e l’altra, di pari importanza, per la quale si fa riferimento a nient’altro che una decisione privata: “noi non possiamo e non vogliamo dirvi cosa fare”; “non siamo i signori sulla vostra fede”; “lo Schiavo Fedele e Discreto [incoraggia] a mettere gli interessi del regno al primo posto”.

Si osservi inoltre come in questo estratto Lösch sembri riprovare una prolungata frequentazione dell’università, più che la frequentazione in sé: “lo Schiavo scoraggia il frequentare l’università per un lungo periodo di tempo”. Il particolare, che generalmente ‘sfugge’ (per così dire) alle critiche, ricorre varie volte nelle pubblicazioni; ad esempio, nel medesimo articolo in cui si mette in guardia i giovani dallo scegliere un percorso di studi universitari molto dispendioso in termini temporali:

“Negli Stati Uniti la scuola pubblica prevede 12 anni di istruzione di base. Quindi gli studenti possono decidere di andare all’università o al college per quattro anni o più, per laurearsi o specializzarsi dopo la laurea e intraprendere la carriera di medico, avvocato, ingegnere, e così via”. (Torre di Guardia del 01/10/2005, pag.27)

si prospetta invece come fattibile l’alternativa del ‘diploma universitario’, o laurea breve:

“Un giornale riferisce che ‘il 70 per cento degli occupati dei prossimi decenni non avranno bisogno di essere andati all’università per quattro anni, ma di aver conseguito un diploma universitario’”. (ibidem, pag.31)

E ancora:

“Molti si sono fatti un’esperienza professionale con maggiori sbocchi lavorativi. Hanno frequentato corsi di apprendistato o acquisito una formazione tecnica seguendo appositi corsi professionali o conseguendo diplomi universitari (le cosiddette “lauree brevi”) che richiedono un minore investimento di tempo ed energie”. (Ministero del Regno di aprile 1999, pag. 3)

“In alcuni paesi esistono corsi biennali di formazione professionale o tecnica, il cui attestato viene accettato da molti datori di lavoro”. (I giovani chiedono… Risposte pratiche alle loro domande, pag. 300)

Oggi alcuni osservatori esprimono dubbi circa il reale valore di tali ‘diplomi universitari’ rispetto ai tradizionali titoli quinquennali, ma in questa sede preme sottolineare la disponibilità della Società Torre di Guardia a considerare come percorribile tale alternativa. Ciò, infatti, manda in fumo le pretese di dimostrare una ‘demonizzazione’ tout-court dell’università: in caso contrario dovremmo aspettarci una condanna non soggetta a condizioni (se un ambiente è considerato nocivo, lo è indipendentemente dal fatto che lo si frequenti per dieci anni o per due soltanto). Una puntualizzazione supplementare che riguarda il caso italiano: in base all’ordinamento universitario in vigore, le ‘lauree brevi’ non esistono più con questo nome, essendo state sostituite, come conseguenza della riforma del cosiddetto ‘3+2’ (1999) dalle lauree triennali o lauree propriamente dette (la precedente ‘laurea’ quinquennale è ora denominata ‘laurea specialistica’ o ‘magistrale’). Dal punto di vista della durata non vi è alcuna differenza fra il vecchio diploma universitario e l’odierna ‘laurea’. Se la Società non trovava nulla di male che un giovane cristiano conseguisse una ‘laurea breve’, se ne deduce banalmente che il medesimo punto di vista debba valere per l’attuale ‘laurea’ e in questo senso il consiglio è stato inteso da molti testimoni di Geova universitari nostri connazionali.

Proseguiamo con l’esame del discorso:

“Forse dite: “Vedi, il fratello tal dei tali ha frequentato l’università e adesso serve nella congregazione ed è anche pioniere!” E’ vero, può essere che abbia sopravvissuto all’università […] quanto segue è una vera esperienza riguardo un giovane che soffriva di un disturbo compulsivo che gli causava di lavarsi continuamente le mani, persino cento volte al giorno. Questo disturbo lo scoraggiò così tanto che, un giorno, decise di suicidarsi. Comprò un fucile, lo puntò alla sua bocca e premette il grilletto. La pallottola, però, non lo uccise ma, invece, forò la parte del cervello che era responsabile per il suo comportamento compulsivo. Sopravvisse, e dopo giorni riuscì a vivere una vita normale. Si, è vero, sopravvisse, ma raccomandereste imitare ciò che fece questo giovane? In modo analogo, alcuni, hanno sopravvissuto l’università, ma la raccomandereste ad altri?”

Le scomposte reazioni apostate a questo passaggio del discorso hanno davvero sfociato nel comico involontario. Il primo attacco è consistito nel mettere in dubbio la veridicità di questa storia, come se fosse abitudine dello ‘Schiavo Fedele e Discreto’ inventare di sana pianta fantasiose esperienze (altra imputazione, del tutto priva di fondamento, che ritroviamo ciclicamente nei pamphlet degli ex-tdG), salvo poi essere costretti a ricredersi quando ci si è resi conto che il fatto era stato effettivamente riportato da un giornale americano nel lontano 1988.

Nel tentativo di rimediare alla figura barbina gli ‘apostati’ hanno preso un’altra strada. Nel citare il fatto di cronaca Lösch avrebbe tenuto nascosto un particolare significativo, che se raccontato avrebbe sottratto forza al discorso: il giovane protagonista della strano caso, a valle della rocambolesca guarigione, si era… iscritto all’università. Invero, se l’amore per la polemica fine a se stessa non esasperasse taluni individui fino alla cecità, questi avrebbero scoperto che Lösch non aveva fatto altro che ripetere l’esperienza contenuta in un articolo di Svegliatevi! risalente a ben diciassette anni prima del suo discorso, e nel quale tale caratteristica era chiaramente specificata:

Intervento chirurgico attraverso un proiettile. Un ventiduenne, “afflitto dall’irresistibile impulso di lavarsi centinaia di volte al giorno”, ha accidentalmente “eseguito su se stesso un riuscito intervento di neurochirurgia” mentre tentava il suicidio, scrive il Daily News di New York. Angustiato per il suo comportamento ossessivo e coatto, “si è infilato in bocca la canna di un fucile calibro 22 e ha sparato, colpendo il lobo frontale sinistro del suo cervello”, spiega il giornale. Invece di uccidersi il giovane in effetti ha asportato quella parte del cervello che si crede regoli il comportamento ossessivo, riferiva il dott. Leslie Solyom nel British Journal of Psychiatry. Liberatosi del suo comportamento coatto, il giovane ha un nuovo lavoro e attualmente frequenta l’università.(Svegliatevi! dell’8/7/1988, pag. 30)

Non restava che l’ultima possibilità: Lösch avrebbe impiegato questo incredibile fatto di cronaca a scopo intimidatorio, per suggerire cioé che frequentare l’università sarebbe altrettanto pericoloso che… spararsi un colpo di fucile.

Questa asinesca interpretazione ci fa sospettare che ‘qualcuno’, col solito opportunismo, finga di ignorare l’uso ed il significato di una comunissima figura retorica: l’iperbole. Facciamo una ‘iperbole’ ogni volta che, per sottolineare uno stato di cose, ricorriamo ad un paragone volutamente esagerato (“te l’ho ripetuto un milione di volte”, “mi fate morire dal ridere”, “è più lento di una tartaruga”, “quando fai così ti ucciderei”); la Bibbia (Matteo 7:3: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, ma non consideri la trave che è nel tuo occhio?”) e la letteratura ‘colta’ (Petrarca, Canzoniere XC: “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi che’n mille dolci nodi gli avvolgea” ) abbondano di iperboli.

Nel caso in parola, si può credere che Lösch volesse per davvero equiparare l’università al suicidio? Dato che non esiste alcuna seria possibilità di guarire da una compulsione tirandosi un colpo di arma da fuoco, come è avvenuto nel paradossale episodio citato ad esempio (le eccezioni, si sa, confermano le regole), prenderlo alla lettera, come se Lösch intendesse con questo istituire un parallelo, significherebbe immaginare che egli fosse realmente convinto che non ci sia alcuna seria possibilità di rimanere integri nella fede frequentando nel contempo l’università – e/o che avesse inteso trasmettere tale assurdo convincimento nei suoi ascoltatori. Questo è irragionevole, perché contrario sia alla logica che alla abbondante evidenza dei fatti (e di sicuro né l’una né l’altra sfuggono all’attenzione del fratello Lösch). E’ chiaro che l’oratore, con un esempio intenzionalmente estremo, volesse solo spiegare come anche da una situazione di rischio possa per paradosso scaturire una conseguenza benefica, senza che l’inaspettato esito positivo modifichi il giudizio di partenza.

Una iperbole, dunque. E, chiudendo, cediamo volentieri alla tentazione di prendere a prestito una celebre iperbole del grande Maestro: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che anche uno solo di questi antagonisti dei testimoni di Geova compia un serio esame di coscienza, smettendo così di dedicarsi a tali amene deformazioni della realtà per fare finalmente… ‘qualcosa di meglio’.

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